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Testimonianza di Agnese Manca e Caterina Guarna
(Volontarie di Gazzella-Onlus) dal loro viaggio in Palestina dall’ 8
al 18 DICEMBRE 2003 E’ con rabbia e sgomento che anche stavolta
dobbiamo iniziare col raccontarvi tutte le angherie che abbiamo dovuto
subire nel tentativo di mettere piede nella Striscia di Gaza. Mentre il
passaggio all’aeroporto è stato insolitamente rapido sia in entrata a
Tel Aviv che in uscita, il valico di Erez, alle porte di Gaza, è stato
per noi invalicabile nonostante le ore di paziente attesa, sia il 9
dicembre, dopo una notte passata in viaggio, che nei giorni successivi.
Siamo arrivate a Gerusalemme alle 7 del mattino e subito dopo siamo
partite per Erez dove un gruppo di soldati hanno deciso di non farci
entrare a Gaza, non ritenendo sufficiente la lettera di accredito della
nostra Associazione “Gazzella Onlus” né il fax che il Palestinian
Medical Relief aveva mandato all’Autorità Militare Israeliana di Erez,
presentandoci come sue invitate e collaboratrici nel settore umanitario
dell’infanzia. Rivolteci all’Ambasciata d’Italia a Tel Aviv e da
questa mandate al Consolato Italiano di Gerusalemme abbiamo sperato per
un momento di poter riuscire nell’impresa. Ma c’è stato ancora un
ennesimo rifiuto, motivato sembra, dalla paura che andassimo a sfidare i
loro bulldozer. A questo proposito è stata chiesta una certificazione
della nostra non giovane età al Consolato e a noi di produrre un nuovo
documento di Gazzella, senza fare allusione a bambini feriti. Il
Consolato sembra, infatti, sia
stato informato che i soldati israeliani non feriscono i bambini. Il giorno dopo, siamo tornate ad Erez con la
documentazione richiesta, ma mentre altri entravano ed uscivano da Gaza,
noi siamo state lasciate lì per ore, mettendo in atto, crediamo,
una strategia di logoramento pianificata allo scopo di
scoraggiare altri viaggi in futuro. Al primo “no” ricevuto, senza
tuttavia restituirci i passaporti, abbiamo deciso di intraprendere per
protesta una forma di resistenza passiva, decise a non lasciare quel
posto se non per andare a Gaza. Ne abbiamo informato i rappresentanti
del Consolato e dell’Ambasciata nonché la Segreteria di Gazzella e lo
stesso Medical Relief di Gaza col quale siamo rimaste sempre in stretto
contatto. I soldati israeliani hanno cercato prima di dissuaderci e poi
di intimidirci ordinandoci di tornare in Israele come unica possibilità
offertaci. Alle 21 circa, ora di chiusura degli Uffici, sotto la
pressione da un lato del Cancelliere Marino, preoccupato per eventuali
effetti negativi sui rapporti Italia - Israele, e dall’altro dei
soldati che ci guardavano con aria curiosa, mista a sorriseti e sguardi
complici, abbiamo accettato un passaggio a Gerusalemme dal Vice Console
Francese, non prima però di aver espresso il nostro disappunto per il
trattamento riservato ad un “paese amico” come l’Italia. Ci è
sembrato subito chiaro che la nostra Rappresentanza consolare non gode
di grande considerazione in Israele, giacché i suoi fax ed i messaggi
lasciati nella loro segreteria telefonica sono rimasti senza risposta, a
dire del Cancelliere Marino che interpretava questo come un “No”
inequivocabile. A questo punto abbiamo preso contatti col responsabile
del Medical Relief di Beit Hanina (a Gerusalemme), grazie al quale i
nostri soldi, già cambiati in Nis (moneta israeliana), e le circa 500
buste che avrebbero dovuto contenere la solidarietà degli affidatari
per altrettanti bambini, sono stati trasferiti agli Uffici di Gaza. Tutto questo avveniva mentre l’Esercito israeliano
faceva le sue incursioni a Jenin, dopo quelle della notte precedente a
Rafah, uccidendo sei palestinesi e ferendone altri 15. L’amarezza per non aver potuto visitare questi
nostri bambini ci ha accompagnate durante l’intero viaggio. Abbiamo
trascorso i giorni seguenti esplorando la realtà dei villaggi e delle
città occupate nella Cisgiordania: dalla Gerusalemme Est a Betlemme, al
Campo profughi di Deheish, a Nablus, a Hebron e campo profugo di Al’Urrub,
a Qalquilia, Tulkarem e villaggi circostanti. Abbiamo preferito
viaggiare con la gente del luogo, a bordo dei grandi autobus pubblici,
talvolta fermati dai soldati israeliani, che ordinavano ai passeggeri (
operai, studenti, persone anziane, ammalati, giovani mamme con bambini
ecc.) di scendere per l’identificazione. Di tutti loro abbiamo
condiviso ansie, preoccupazioni ed umiliazioni, pur ricevendo un
trattamento speciale come europee. Per
spostarci da Gerusalemme a Nablus (una settantina di km) abbiamo dovuto
attraversare 5 posti di blocco all’andata e 5 al ritorno, col pensiero
rivolto a chi è stato fermato per ore dai soldati israeliani e non ha
potuto raggiungere il posto di lavoro, o la scuola o il parente che
andava a trovare. In pieno centro di Nablus, accompagnate da un’amica
incontrata per caso, abbiamo visto i resti di case distrutte un anno fa,
da carri armati israeliani che nelle loro incursioni per operazioni di
rastrellamento di giovani palestinesi, non hanno esitato, per passare da
una strada all’altra, a lanciarsi contro le abitazioni con dentro
adulti e bambini rimasti sepolti sotto le macerie. A Nablus, tra
l’ospitalità di una famiglia italo-palestinese, anch’essa
incontrata per caso, e il richiamo dei luoghi del dolore, visitati in un
viaggio precedente, abbiamo rivissuto l’orrore delle numerose case dai
muri sfondati con bombe fatte esplodere dall’esercito israeliano per
aprirsi un varco tra una casa e l’altra. A Hebron, siamo rimaste colpite dall’assenza di
vita nella città vecchia: negozi chiusi, strade deserte, segni di una
segregazione imperante per la presenza di circa 400 coloni ebrei che
occupano, protetti dai loro soldati, i piani alti delle abitazioni dei
palestinesi, costringendo questi ultimi a restare chiusi in casa ed a
proteggersi, con delle reti fissate in alto ai due lati della strada, da
latine vuote ed altre immondizie lasciate cadere dai piani superiori.
Sulla via del ritorno, l’autista del primo pulmino ha dovuto
percorrere una diecina di km in più, rimandato indietro ad un posto di
blocco per la chiusura estemporanea della strada principale e la ricerca
di un’arteria secondaria. Non di rado, qui come altrove, per
raggiungere il posto di lavoro o di studio, per recarsi da un parente o
in ospedale, adulti e piccoli sono costretti a fare kilometri a piedi
attraverso i campi ed i sentieri impervi. Le due classi di bambini
visitati (I e IV elementare), grazie ad un amico di vecchia data venuto
in Italia per un gemellaggio tra scuole, ci ha ridato la speranza in un
futuro migliore di questo popolo, grazie alla resistenza paziente e
tenace della sua gente a partire dai più piccoli.
A Betlemme e al campo profughi di Deheish la vita
sembra scorrere con una ritrovata normalità, con tanti bambini e
giovani per le strade e qualche segno di ripresa del turismo. Il Centro
per la Soluzione dei Conflitti e la Riconciliazione, diretto dal Dr.
Noah Salameh, nelle due sedi di Betlemme e Deheish, promuove con il
sostegno di un gruppo di volontari attività e progetti finalizzati
all’educazione alla pace, nelle scuole, presso famiglie, gruppi
giovanili e diverse altre realtà socio-politiche e culturali. Distrutto
un anno fa durante l’assedio di Betlemme, il Centro ricostruito opera
con rinnovata determinazione. Nello stesso campo di Deheish, giovani e
donne del territorio e dintorni si riuniscono per cucire, ricamare e
vendere i loro prodotti, inventandosi così una fonte di reddito
familiare per supplire alla diffusa disoccupazione degli uomini in forza
lavoro. Spingendoci verso il Nord della Palestina, scorgiamo
l’inizio del famigerato muro che accerchia la cittadina di Qalqilia,
con le sue decine di migliaia di abitanti, separando i contadini dalle
loro terre e impedendo il libero movimento della popolazione. Ancora più
a Nord, attorno alla città di Tulkarem, a ridosso della linea verde che
segna i confini del 67, il muro lungo kilometri è costituito da una
triplice rete metallica sormontata da filo spinato. Il primo e il terzo
strato, quasi invisibili sembrano essere inoffensivi, mentre lo strato
intermedio, collegato ad un sistema elettronico di corrente continua,
affonda in un fossato largo e profondo, da non lasciar via di scampo a
chi gli si avvicina. La Gerusalemme vecchia con i suoi negozi ed i suoi
Suq, non è più popolata come un tempo. I turisti scarseggiano e molte
serrande restano abbassate. I contadini che erano soliti mettere in
vendita la loro frutta e verdura negli spiazzi e nelle strade della città
araba vengono sospinti sempre più all’interno della città vecchia e
molti sono costretti ad andarsene. A Gerusalemme, forse più che
altrove, il muro che divide in due l’Università di Al Quds, nei
pressi di Abu Dis, e quell’altro che parte dalla zona Ardub verso Azza’im e
fino a Qalandia, alle porte di Ramallah, è destinato a smembrare la
città, a dividere le famiglie e sottrarre nuova terra palestinese a
beneficio d’Israele. Ci chiediamo fino a quando durerà la tragedia di
questo popolo palestinese, dimenticato dalla comunità internazionale e
lasciato in balia di un esercito che gli impedisce anche di respirare.
Abbiamo incontrato alcune delle giovani copie, con un partner nato a
Gerusalemme e l’altro originario di un’altra città della
Cisgiordania, costrette a vivere separate, pur avendo dei bambini, perché
l’uno non ha il permesso di risiedere nella città dell’altro.
L’uomo in genere per incontrare moglie e figli è costretto a recarsi
a casa in clandestinità, rischiando multe, il ritiro della carta
d’identità e persino il carcere in caso di recidiva. Queste sono le
disposizioni vigenti anche se talvolta gli stessi soldati israeliani
chiudono un occhio, ma tutto resta a loro discrezione. Infine,
nonostante che la situazione vada aggravandosi di giorno in giorno, con
crescente difficoltà di movimento e soprattutto di arrivare a Gaza,
vogliamo ribadire la nostra ferma volontà di continuare a portare la
nostra solidarietà ai bambini feriti di Gaza. Vi alleghiamo una nota
che abbiamo mandato alla stampa, chiedendovi di far giungere la nostra
denuncia a tutta l’opinione pubblica democratica.. Agnese Manca e Caterina Guarna (Volontarie
di Gazzella-Onlus) |
IV classe elementare a Hebron Bambini a Hebron all'uscita da scuola Una delle porte di Hebron Abu Dis Qalandia: check point Qalqilia: inizio muro Qalqilia: il muro Gerusalemme: il muro |