LETTERA
A MONSIGNOR ETEROVIC,
SEGRETARIO
GENERALE DEL SINODO
Nikola
Eterovic,
Segretario
generale del Sinodo dei vescovi
Città
del Vaticano
Roma,
30 dicembre 2004
Reverendo
nella
“presentazione” dei Lineamenta [le
prime “bozze”, datate 25 febbraio 2004]in vista dell’undecima Assemblea
generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, che si svolgerà in Vaticano
nell’ottobre del 2005 sul tema dell’Eucaristia, il Suo predecessore, il card.
Jan Pieter Schotte, oltre che gli organismi aventi diritto, invita “anche tutte
le componenti della Chiesa a offrire il loro contributo, affinché le risposte
al Questionario [le brevi domande
poste in fondo al testo preparatorio] siano complete e significative per
permettere un fruttuoso lavoro sinodale”. Le risposte attese entro e non oltre
il dicembre 2004, sarebbero servite per preparare l’Instrumentum laboris, le “seconde bozze”, e cioè il testo-base dal
quale partirà poi il dibattito sinodale.
Come
la nostra Comunità fece in analoghe occasioni – ad esempio in vista del Sinodo
sulla famiglia (1980), o sulla penitenza (1983) – anche questa volta desidera
dare un contributo al comune lavoro, partendo dalla sua esperienza concreta:
infatti, fin da quando, oltre trent’anni fa,
Per
tale motivo noi pubblicheremo, tra qualche tempo, le riflessioni che ora
inviamo a Lei. La materia del Sinodo, infatti, non è una questione privata, e
la nostra corrispondenza non ha carattere personale, ma ecclesiale. Di più: a
noi pare che sarebbe bellissimo ed arricchente se tutti i contributi per il
Sinodo, inviati dalle varie comunità ed istanze cattoliche del mondo intero,
fossero al più presto resi noti, in modo da favorire uno “scambio di doni” – di
idee, di proposte – partecipato e corale.
Il Sinodo, questioni di metodo e di merito
Prima
di esporre le nostre riflessioni sull’Eucaristia in sé, vorremmo però dire una
parola sui problemi di merito e di metodo sollevati dal tema e dal Sinodo. La
“presentazione” dei Lineamenta
delimita rigidamente l’àmbito entro il quale si muove il testo, e di
conseguenza l’àmbito in cui dovrebbero muoversi le risposte ad esso e, poi, la
prossima Assemblea sinodale: si chiedono pareri solo sulle implicazioni pastorali dell’Eucaristia, escludendo un dibattito sui
cruciali temi biblici e teologici, in quanto già trattati nell’ultima enciclica
papale Ecclesia de Eucharistia (17
aprile 2003).
In
tale situazione grande è il rischio che l’Assemblea sinodale si limiti a
ripetere semplicemente l’insegnamento del documento pontificio. Se così fosse,
non si comprenderebbe il senso del prossimo Sinodo. Altra sarebbe potuta essere
la prospettiva, partendo dall’attuazione della collegialità episcopale
evidenziata dal Concilio Vaticano II: questa sarebbe infatti esaltata se, su
temi importanti – come appunto l’Eucaristia – affermazioni e normative
sgorgassero da un dialogo di papa e vescovi che insieme studiano e deliberano
avendo ascoltato il “sentire” di tutto il “popolo di Dio” sparso nelle Chiese
locali.
È pur
vero che, quasi prevenendo l’obiezione, il card. Schotte precisa che
“l’assemblea sinodale ha scopi consultivi e questa volta i vescovi non sono
convocati dal Papa perché diano suggerimenti in vista di interventi
dottrinali”, ma solo perché evidenzino “le implicazioni pastorali dell’Eu-caristia”.
Ma la prassi “pastorale” non dipende forse da come prima si sciolgono alcuni
nodi biblici, teologici, storici ed ecumenici di fondo?
A
parte tale questione di merito, l’affermazione del cardinale apre
indirettamente uno squarcio sul metodo: e cioè sul “chi è” del Sinodo (nelle
sue varie tipologie) in quanto tale, e sulla sua autorità. Il “motu proprio” Apostolica sollicitudo con cui Paolo VI,
il 15 settembre 1965, lo istituiva, stabiliva che il Sinodo ha carattere
consultivo o, se il papa lo decida, “potestà deliberativa” (cf. Enchiridion Vaticanum=EV, II, 447). Così
conferma il can. 343 del Codice di Diritto canonico varato da Giovanni Paolo II
nel 1983.
Sappiamo,
certo, che le venti Assemblee sinodali finora convocate, sotto papa Montini e
sotto papa Wojtyla, sono state tutte solo “consultive”. Anzi, a partire dagli
anni Ottanta il Vaticano ha iniziato, di norma, a mantenere segrete le propositiones – le proposte concrete con
le quali i “padri”, al termine di un’Assemblea, consegnano al pontefice i loro
“desiderata”. L’insieme della Chiesa cattolica romana, e perfino gli oltre
quattromila cinquecento vescovi del mondo – a parte i 150/200 che partecipano
ad ogni Assemblea sinodale – non possono dunque conoscere i “consigli” di
quest’ultima al papa.
“Fare della Chiesa la casa e la scuola della
comunione”
Una
tale paradossale situazione ferisce la coscienza ecclesiale. Perfino dal
Collegio cardinalizio, come si è visto nel Concistoro straordinario del maggio
2001, si sono levate voci per chiedere maggiore trasparenza e potere
decisionale al Sinodo. E del resto, lo stesso Giovanni Paolo II, nella Novo millennio ineunte – la lettera
apostolica con cui il 6 gennaio 2001concludeva il grande Giubileo del Duemila –
aveva scritto: “Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la
grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere
fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo” (n.
43). E, a proposito di collegialità episcopale: “Molto si è fatto dal Concilio
Vaticano II in poi per quanto riguarda la riforma della Curia romana,
l’organizzazione dei Sinodi, il funzionamento delle Conferenze episcopali. Ma
certamente molto resta da fare” (n. 44). E, ancora: “Gli spazi della comunione
vanno coltivati e dilatati giorno per giorno, a ogni livello, nel tessuto della
vita di ciascuna Chiesa” (n. 45 – EV,
XX, 85-88).
Alla
luce di queste affermazioni, e se le parole hanno un senso, la segretezza delle
propositiones dei Sinodi ci rimane
inspiegabile. Tanto più quando, nelle esortazioni apostoliche post-sinodali, il
papa cita magari una parte di questa o quella “proposta” che però nella sua
interezza non è stata resa nota.
Ovviamente,
anche un Sinodo dei vescovi rinnovato e veramente deliberativo sarà solo un
passo nella giusta direzione. Infatti, a quarant’anni dal Vaticano II,
purtroppo manca ancora nella Chiesa cattolica romana un organismo – un vero
Sinodo deliberativo, presieduto dal papa – in cui siano rappresentate tutte le
componenti di tale Chiesa, clero e laici, uomini e donne, nella varietà dei
loro carismi. Ma senza questo luogo e strumento sarà difficile concretizzare
quella dignità del “Popolo di Dio” di cui con tanta passione ha parlato il
Concilio, soprattutto nel capitolo secondo della Lumen gentium,
Gli
stessi Lineamenta affermano: “La
grandezza e la bellezza della Chiesa cattolica consistono proprio nel fatto che
essa non rimane ferma ad un’epoca o a un millennio, ma cresce, matura, penetra
più profondamente il mistero, lo propone nelle verità da credere e nelle
liturgie da celebrare” (n. 16). Seppure il testo riferisca queste parole alla
comprensione della relazione Chiesa-Eucaristia, esse ci sembrano perfettamente
applicabili al crescere complessivo della coscienza ecclesiale e alla continua
riforma cui anche
Queste
premesse ci sembravano necessarie prima di passare ad esporre le nostre
riflessioni, che non sono limitate a brevi risposte alle brevi domande del Questionario, perché ciò ci è sembrato
riduttivo. Abbiamo invece preferito esporre – senza la pretesa di esaurire o
risolvere ogni problema! – quello che la nostra comunità, partendo dalla sua
“ortoprassi”, pensa dell’Eucaristia. Il titolo delle nostre riflessioni – “Fate questo in memoria di me”. Condividere
il pane nell’Eucaristia e nella vita – già ne lascia intravedere l’asse
portante.
Concludendo, caro mons. Eterovic, Le porgiamo i nostri piu cordiali
auguri per il Suo impegnativo lavoro, esprimendo la speranza che il prossimo
Sinodo – per il modo con cui sarà preparato, composto e realizzato – rappresenti
davvero un “camminare insieme”, con ardimento, verso una sempre maggior
comprensione dell’Evangelo di Gesù.
“FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME”.
CONDIVIDERE IL PANE
NELL’EUCARISTIA E NELLA VITA
(Contributo al Sinodo dei
vescovi del 2005)
I/ IL CUORE PROFONDO DELL’EUCARISTIA
A – Il “sacrificio di Cristo”, un concetto da
interpretare
1/ La comprensione teologica
dell’Eucaristia, con la sua celebrazione concreta, deve misurarsi con
molteplici aspetti teorici e pratici. Soprattutto, bisogna tenere fermi due capisaldi, diversi ma
strettissimamente collegati: l’Eucaristia e
2/ Il termine sacrificio (o analogo: banchetto
sacrificale, immolazione, vittima sacrificale…) compare nei Lineamenta ben 66 volte. Sappiamo bene
che il Concilio di Trento (1545-63) ha lanciato l’anatema a chi negasse che
nella Messa si offre a Dio “un vero e proprio sacrificio” (Denz.-Hüner., 37ª,
1750). Ma la categoria del sacrificio può
davvero descrivere l’essenza della Messa? E, in caso, in che senso? Ed è tale
categoria che emerge primariamente dal Nuovo Testamento? Tali domande, come le
molte altre di queste nostre riflessioni, non sono sorte, per noi, a tavolino,
o da discussioni accademiche che non ci sono proprie: ci sono venute dal
parlare con la gente; dal conoscere gruppi e comunità che, non solo in Italia,
hanno riflettuto su tali temi; dal riflettere insieme, domenica dopo domenica e
nel nostro gruppo biblico, sull’Eucaristia; dal tentativo di leggere le
Scritture con le categorie (inevitabili, seppur sempre da assumere
criticamente) del nostro tempo. E, dunque, tali domande evidenziano degli
interrogativi che noi, in queste pagine, esprimiamo a voce alta, naturalmente
non presumendo di avere tutto chiaro e risposta per tutto, né desiderando
contrapporre una teologia dogmatica ad un’altra teologia dogmatica, ma, anzi,
sperando che il dialogo con altri ci aiuti a capire di più e meglio. E,
soprattutto, ci aiuti a vivere con maggior coerenza gli imperativi evangelici.
3/ Nella mentalità di molti
cristiani, il concetto di sacrificio rinvia
– magari inconsapevolmente – ad un Dio irato che, per perdonare i peccati
dell’umanità e salvarla, ha bisogno del sangue di suo Figlio: Gesù dunque
sarebbe la vittima che si immola per placare il Padre, e controbilanciare, con
la sua passione e morte, le iniquità del mondo. Infatti, nulla meno del sangue
del Figlio – secondo tale mentalità – poteva offrire a Dio riparazione adeguata
e sufficiente per i peccati di tutta l’umanità contro il Creatore.
4/ È vero che, per certi
aspetti, anche dal Nuovo Testamento (in particolare dalla Lettera agli Ebrei)
emerge un tale concetto di sacrificio,
rilanciato poi con particolare insistenza, nove secoli fa, da Anselmo di Aosta
(+1109) e da molti altri dopo di lui. Ma, in proposito, oggi gli esegeti ci
ricordano la necessità di tenere conto, nella lettura e interpretazione delle
Scritture, della mentalità degli “agiografi” (scrittori) che, anche per
descrivere la vita e la missione di Cristo, usarono categorie culturalmente
gravate dalla mentalità del loro tempo. E, ancora, dobbiamo essere consapevoli
dei problemi complessi legati al rapporto Rivelazione-Parola di
Dio-Scritture-Responsabilità degli “agiografi”, e alla varietà di
interpretazioni che lungo la storia, e anche oggi, nelle Chiese e, in
particolare, nel mondo teologico, sono state date e si danno a questo
intreccio. Del resto, anche nella nostra comunità vi è, in proposito, un
pluralismo di posizioni.
5/ Se, tanto in ambiente
ebraico che in ambiente greco-romano, pur con le irriducibili differenze e le
invalicabili significazioni dei due casi, la gente poteva capire che cosa fosse
sacrificio (sacrificio di animali nel
Tempio di Gerusalemme, sacrificio agli dèi nei templi pagani) oggi, ammaestrati
dalle scienze moderne e da una più raffinata sensibilità, noi diffidiamo di
questa parola. E, comunque, ci riesce difficile credere in un Dio che, per
placarsi, aveva bisogno del sangue di Gesù. Questo Dio tremendo ci appare del
tutto estraneo, e non credibile.
6/ Gesù è Gesù non perché è
morto sul patibolo, e Dio non ha fatto la pace con l’umanità semplicemente
perché Gesù è morto sulla croce straziato dai dolori. Gesù è Gesù perché è
stato fedele fino alla fine alla sua missione, e anche di fronte alla morte
violenta – da lui non ricercata, ma subìta per la prepotenza del potere politico
e religioso – non è indietreggiato ma, con coraggio esemplare, ha amato fino
alla fine l’umanità. L’apostolo Paolo, del resto, contrastando audacemente
l’idea, allora comune, del sacrificio come
offerta riparatrice a Dio, scrive che Gesù “è morto per noi” (cf. Rm 5, 6-8); ed è esattamente questo atto di fedeltà
alla missione affidatagli e di amore per
noi, di solidarietà con noi, che il Padre ha gradito immensamente. D’altra
parte, si deve ben rilevare che, nell’ultima Sua cena, spezzando il pane, Gesù
disse: “Questo è il mio corpo che è dato
per voi” (Lc 22, 19). Invece, la formula della consacrazione usata in Italia
dal clero, pur dopo la riforma della Messa voluta dal Vaticano II, dice:
“Questo è il mio corpo offerto in
sacrificio per voi”. Quell’aggiunta, in
sacrificio, assente dal testo biblico, potrebbe essere intesa bene dalla
gente, come esplicativa del per noi nel
senso appena spiegato; ma anche, più probabilmente, potrebbe essere compresa
come sacrificio compiuto per Dio,
confermando così i fedeli nel loro equivoco.
7/ Ribadiamolo: il Padre non
ha inviato il “Figlio prediletto” nel mondo perché finisse sulla croce: lo ha
inviato per nostro amore. E Gesù non è finito sulla croce per volontà del
Padre, che non vuole mai la violenza, ma è morto sul supplizio a causa della
prepotenza umana. In tale situazione, in cui è stato vittima innocente, Gesù
non si è tirato indietro di fronte al tradimento subìto e alla morte atroce
incombente; ma, come dice l’evangelo di Giovanni, “sapendo che era giunta la
sua ora di passare da questo mondo al Padre, Gesù, dopo aver amato i suoi che
erano nel mondo, li amò sino alla fine” (13, 1). E le imploranti parole del
rabbi di Nazareth nell’orto degli ulivi – “Padre, se vuoi, allontana da me
questo calice. Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22, 42) –
non vanno intese, riteniamo, come se Gesù chiedesse al Padre di non mandarLo
alla morte ma, piuttosto, come l’interrogativo che Egli si pone di fronte
all’Altissimo che tace di fronte al prevalere momentaneo, nella storia, delle
ragioni della forza e della violenza contro di Lui. Certo, questo “silenzio di
Dio” è del tutto misterioso e incomprensibile per la mente umana, come del
resto ci è incomprensibile il Suo silenzio di fronte alle tragedie incombenti
sull’umanità e al grido delle vittime, ieri e oggi. Gesù ci è di esempio
supremo perché accettò questo silenzio sconvolgente, e perché non perse la fede
di fronte a questo Dio apparentemente privo della proclamata onnipotenza.
8/ Se queste osservazioni
sono fondate, a noi sembra che occorra dunque usare con cautela la categoria
del sacrificio, altrimenti si
inducono nei fedeli immagini di Dio assolutamente incoerenti. Andrebbe perciò
abbandonata l’idea del “sacrificio propiziatorio” di Cristo, immolantesi a Dio
per salvarci dalla Sua ira; si dovrebbe invece assumere, semmai, l’idea del
“sacrificio solidale”, cioè del darsi di Gesù, per amore, per noi e accanto a
noi; andrebbe poi dismessa la categoria del Cristo “vittima” del Padre, per
sostituirla, piuttosto, con quella di Cristo “vittima” di una congiura dei suoi
nemici, mandato alla morte non da Dio ma dagli uomini. Tale correzione di
angolazione teologica rispetto anche ad una pur lunga tradizione ecclesiastica
non dovrebbe turbare. Infatti, se ormai comunemente si usa il metodo
storico-critico per interpretare le Scritture (sul problema del sacrificio di
Cristo, e su ogni altro), a molta maggior ragione, ci sembra, un tale metodo
potrebbe e dovrebbe essere usato per “storicizzare” il Concilio di Trento e ogni
altro documento papale e conciliare.
9/ Abbandonando un certo
armamentario teologico per tener conto – come deve essere fatto – della
mentalità e della cultura degli uomini e delle donne dei nostri giorni (e, del
resto,
10/ La domanda decisiva che Gesù ci rivolge con
l’Eucaristia è, ci sembra, quel “Fate questo in memoria di me” che Lui lasciò,
come testamento, in quell’ultima Sua cena. Ove il questo non è semplicemente il mangiare il pane e il bere il vino
del calice, cioè un rito: il che è facilissimo da farsi. In effetti, lungo i
secoli, tiranni pur nominalmente cristiani non hanno sentito alcuna contraddizione
tra l’ac-costarsi alla comunione eucaristica e il mandare a morte migliaia di
persone; e, oggi, ricchi oppressori dei poveri fanno tranquillamente la
comunione, e facitori e sostenitori di guerre si accostano senza rimorsi
all’Eucaristia. Con il questo,
insomma, Gesù ci rivolge una domanda
radicale, e ci chiede una risposta altrettanto radicale: di vivere, come ha
vissuto Lui, una vita spesa per gli altri con amore, condivisione,
com-passione. In questa prospettiva, ci sembra, anche il concetto di sacrificio potrebbe sì, allora, essere
usato, purché inteso appunto come un invito a noi a “fare altrettanto” come
fece Gesù.
11/ Il problema del rapporto tra il “sacrificio” di
qualcosa a Dio e la coerenza della propria vita con il cuore del messaggio
rivelato percorre, come un filo rosso, le Scritture ebraiche e cristiane che,
ciascuna a suo modo e nel suo proprio contesto storico e teologico, ribadiscono
la insensatezza di pensare di cavarsela offrendo al Signore un sacrificio che
non comporti anche il mettere in conto il proprio ravvedimento e il proprio
impegno per condividere la sorte dei prediletti dell’Altissimo: i poveri, gli
oppressi, i derelitti.
12/ “Che m’importa dei vostri sacrifici [nel
Tempio di Gerusalemme] senza numero?”, dice il Signore. “Sono sazio degli
olocausti di montoni e del grasso dei giovenchi; il sangue di tori e di agnelli
e di capri io non lo gradisco… Smettete di presentare offerte inutili,
l’incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare
delitto e solennità… Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto. Le
vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle
vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il
bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia
all’or-fano, difendete la causa della vedova”. Così, otto secoli prima di Gesù,
proclama Isaia (I, 10-17). Con queste parole taglienti il profeta disvela e
respinge sdegnato, come trucco miserabile, la pretesa di chi, scrupolosamente
ligio a tutti i precetti formali della sua religione, pensa di essere giusto di
fronte all’Eterno recitando le preghiere, frequentando le sacre liturgie,
facendo nel Tempio i prescritti sacrifici di animali ma, nel contempo, ignorando
“gli orfani e le vedove” (i più esposti alla sopraffazione, ai tempi del
profeta).
13/ Paolo di Tarso – che ben conosceva le
Scritture del Primo Testamento – aveva forse in mente proprio il capitolo primo
di Isaia (e altri passi analoghi dei profeti d’Israele) quando, nella prima
lettera ai cristiani della città greca di Corinto, descrisse quello che è, e
quello che non è, “vera” Eucaristia. Ovviamente con tutte le differenze
storiche e teologiche del caso, il centro del discorso dell’apostolo sull’Eucaristia
non è infatti il sacrificio ma la condivisione, non idea vaga e romantica,
ma concretissima scelta vitale. Scrive l’apostolo: “Quando vi radunate insieme,
il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno, infatti, quando
partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, e
l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O
volete gettare il disprezzo sulla Chiesa di Dio e far vergognare chi non ha
niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo. Io, infatti, ho
ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù,
nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo
spezzò e disse: ‘Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria
di me’. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice dicendo:
‘Questo calice è la nuova alleanza del mio sangue; fate questo, ogni volta che
ne bevete, in memoria di me’. Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e
bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga.
Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore,
sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se
stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e
beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna.
È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero
sono morti” (11, 20-30).
14/ Da tale testo, straordinario per la sua
incisività, risulta lampante che l’Eucaristia come semplice rito, non
accompagnata dalla propria convinta adesione alla persona e al messaggio di
Gesù, e dalla decisione di condividere il proprio pane (la vita) con
l’affamato, è pura profanazione e beffa. Chi fa una tale scissione “mangia e
beve la propria condanna”: cioè – traducendo la frase nel linguaggio attuale della
nostra cultura – spiritualmente è “un morto che cammina”. Queste parole sono
una scure che pende su ogni celebrazione eucaristica: da quelle solenni in san
Pietro presiedute dal papa a quelle di una parrocchia sperduta nella savana; da
quelle al Fanar di Costantinopoli a quelle nella cattedrale dell’Assunzione al
Cremlino; da quelle a Wittenberg a quelle a Canterbury; da quelle a Gerusalemme
a quelle a Ginevra; da quelle dei movimenti carismatici a quelle in una piccola
comunità di base in Amazzonia o a Roma.
15/ Nel solco del discorso paolino si situa
l’Evangelo di Giovanni, scritto una cinquantina d’anni dopo la prima lettera ai
Corinti. Infatti, pur dilungandosi sull’ultima notte di Gesù molto più di
Matteo, Marco e Luca, il quarto evangelista non racconta affatto la
“istituzione” dell’Eucaristia (già presupposta nel discorso teologico del
capitolo VI sul “pane della vita”), ma la esplicita, narrando un episodio
ignorato dai “sinottici”: la lavanda dei piedi. Spiegandone il senso a un
Pietro riottoso, Gesù parla così: “Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho
lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni degli altri. Vi
ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi” (13,
13-15). Il “fare come Gesù”, per tenerne viva la memoria, è dunque, per
Giovanni, il servirsi a vicenda. Comandamento solenne e supremo per tutti i
cristiani, e per tutte le Chiese.
16/ Guardando l’amara realtà attuale, potremmo
perciò dire che il Nord del mondo abusivamente si autoproclama – come talora
accade – “cristiano” se, mentre tale si dice, celebra le sue Eucaristie sedendo
pingue alla mensa che schiaccia il Sud del mondo da lui impoverito. E, dunque,
quando non abbia intenzione di cambiare rotta, le sue Eucaristie sono sì
verissime ritualmente, ma falsissime spiritualmente. Quelle appunto di cui
parlava Paolo, e che determinano la nostra condanna. Perché l’Eucaristia è
quasi un’ordalia (se, con un ardita analogia, volessimo riportare all’oggi
un’usanza del Medio Evo, quando l’esito di una dura prova fisica veniva
interpretato come il giudizio di Dio, di assoluzione o di condanna, su di un
accusato): l’Altissimo nell’Eucaristia giudica nel profondo la verità della
nostra vita. Il ricco Epulone può celebrare in pompa magna tutte le Eucaristie
che vuole; il Lazzaro che ha lasciato alla porta del suo palazzo è, di fronte a
Dio, la contraddizione insanabile che rende l’Eucaristia sciagura per lui, il
ricco che non vuole ravvedersi. O, per dirla con Gustavo Gutierrez: “Senza un
impegno reale contro lo sfruttamento e l’aliena-zione e in favore di una
società solidale e giusta, la celebrazione eucaristica è un atto vuoto, che non
può dare nessun sostegno a chi vi partecipa… ‘Fare memoria’ di Cristo è più che
realizzare un gesto cultuale: è accettare di vivere sotto il segno della croce
e nella speranza della risurrezione, accettare il senso di una vita che arrivò
fino alla morte, per mano dei grandi di questo mondo, a dimostrazione di amore
per gli altri” (Teologia della
liberazione, Queriniana, Brescia 1973, pp. 263-264).O, ancora, notando con
Giulio Girardi: “Lo scandalo delle divisioni sta veramente nel fatto che le
Chiese non professano lo stesso Credo, o non invece nel fatto che gli
sfruttatori professano lo stesso Credo degli sfruttati, senza sentirsene
accusati? Che i ricchi condividono in chiesa l'Eucaristia con delle persone con
cui nella vita non condividono nulla?” (La
tunica lacerata, Borla, Roma 1986, p. 366).
17/ Per questo l’Eucaristia è
invito perenne, a ogni cristiano, al “ravvedimento”, alla metànoia (conversione), tutte le volte che egli osi fare come i
ricchi della comunità di Corinto; e, alle Chiese, un monito incalzante alla
continua riforma fattuale e istituzionale per cancellare da esse ogni
scelta/tradizione/legge che, per quanto autorevole e amata, in realtà favorisca
il proprio operare come i ricchi di Corinto; e, in positivo, il proprio porsi,
ogni giorno ripensato e rinnovato, come Chiese, in stato di lavanda dei piedi
del mondo.
18/ Per gli apostoli e per le prime generazioni
cristiane era impensabile domandarsi se segni eucaristici dovessero essere
sempre pane di frumento e vino di vite, essendo questi, per le civiltà
mediterranee e mediorientali, simbolo e realtà comuni e condivise di nutrimento
e di festa (ma bizantini e latini litigarono a lungo se il pane dovesse, o no,
essere fermentato). Né si posero la domanda, più tardi, i conquistatori europei
e i missionari, quando “esportarono” il Cristianesimo. Il dubbio è germinato
solo nei tempi più recenti, e nel Sud del mondo. Scrive Giovanni Franzoni in Farete riposare la terra. Lettera aperta per
un Giubileo possibile (Edup, Roma 1996): “L’assolutezza di un segno legato
ad una certa materia è davvero insita nella sostanza del comandamento di Gesù
nell’ultima Cena? Il dubbio ha fatto capolino… soprattutto in Africa. Il pane
di frumento e il vino – notava nel 1983 mons. Anselme Titianma Sanon, vescovo
cattolico di Bobo-Dioulasso, in Burkina Faso – non sono prodotti del nostro
paese; essi provengono dall’importazione e ‘sono il simbolo dei ricchi e dei
colonizzatori. Dunque, non segno di Gesù, del suo amore per i poveri, della sua
dedizione, ma segno dei potenti, dei volenti e dei conquistatori. Ed allora,
violiamo noi la volontà di Cristo se per celebrare l’Eucaristia usiamo i segni
che usa la nostra gente, povera, per mangiare insieme e per dare ospitalità?
Tutti i pani, come la manioca, che non siano di frumento, sono indegni del pane
eucaristico?’. E Sione Amanaki Havea, teologo di Suva (Isole Fiji), nel 1982
affermava: ‘Sono certo che se Gesù fosse nato sotto il cielo del Pacifico,
Egli, per
19/ Anche sul modo
di celebrare l’Eucaristia, e cioè sui riti fastosi con cui, nel tempo, le
autorità ecclesiastiche hanno circondato, e ricoperto, fin quasi a renderla
irriconoscibile,
20/ Teologi e Concili molto hanno dibattuto,
lungo la storia, su come Gesù sia
presente nell’Eucaristia. Volendo inquadrare brevemente la questione, va
ricordato che tale domanda non attirò
molta attenzione nella Chiesa delle origini. Il problema, allora, non era tanto
quello di sciogliere un tale interrogativo, ma quello di essere coerenti con il
significato profondo dell’Eucaristia, nel senso spiegato da Paolo.
21/ Poi, poco alla volta, l’argomento fu
affrontato e, in proposito, si confrontarono due spiegazioni: “quella
realistico-metabolica che parla di un vero cambiamento del pane e del vino nel
corpo e nel sangue del Signore, e quella piuttosto dinamico-spiritualista.
Tutte e due tendono a farsi valere nella controversia eucaristica del secolo
nono ed anche più tardi” (Bihlmeyer - Tüchle, Storia della chiesa, Morcelliana, Brescia 1960, pag. 101). Ma la
prima spiegazione prevalse dopo che la gerarchia cattolica inventò la festa del
Corpus Domini. Tale festa fu
organizzata per la prima volta nel
22/ Rafforzando la spiegazione
realistico-metabolica il Concilio di Trento (Denz-Hüner. 37ª, 1642, 1651)
confermò come dogma la “transustanziazione”: dichiarò, cioè, che con la
consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza
del pane nella sostanza del corpo di Cristo, nostro Signore, e di tutta la
sostanza del vino nella sostanza del suo sangue; e lanciò l’anatema contro chi lo
negasse. E, quindi, proclamò che “nel sacramento dell’Eucaristia è contenuto
veramente, realmente e sostanzialmente il corpo e il sangue di Cristo”. Pochi
anni prima, nel 1530, nella Confessione
di Augusta, che raccoglie la fede dei luterani, questi avevano riconosciuto
che nella Cena del Signore “il corpo e il sangue di Cristo sono realmente
presenti”, e disapprovato “quanti insegnano diversamente” (Confessioni di fede delle Chiese cristiane, EDB, Bologna 1996, 39).
Proclamazione giudicata però insufficiente dal Tridentino che, incapsulato
nello schema filosofico aristotelico-tomista di “sostanza” e “accidente” (le
“specie eucaristiche”), trasformava una spiegazione teologica, la
”transustanziazione”, in dogma di fede; aprendo così, senza volerlo, un altro
problema: perché “pane” e “vino” non sono composti da un’unica “sostanza”, ma
da molte; dunque non hanno una “individualità”. E di fatto innescando – almeno
a livello di catechesi – una mentalità quasi magica o, per altro verso,
materialista e giuridicista, che vedeva Gesù discendere sull’altare nel momento
esatto in cui il sacerdote pronunciava le parole Questo è il mio corpo…, Questo
è il calice del mio sangue… Una tale mentalità ignorava (e ignora)
totalmente quella che i teologi orientali chiamano epìclesi, cioè l’invo-cazione allo Spirito santo perché con la sua
potenza renda l’Eucaristia, e cioè l’intera celebrazione, veramente tale.
23/ Anche un altro grande riformatore, Giovanni
Calvino, affrontò ripetutamente e dettagliatamente il problema dell’Eucaristia.
Basti, in proposito, citare
24/ Per quasi mezzo millennio l’interpretazione
biblica e teologica dell’Eucaristia sarà motivo di aspra contesa tra Riforma e
Controriforma. Ma, abbandonando il tono polemico del Tridentino, il Concilio Vaticano II affrontò di nuovo il
tema, senza ribattere alle tesi dei “protestanti” ma, piuttosto, esponendo in
positivo, e molto sinteticamente, il suo pensiero.
25/ La “dimenticanza” (non era ovviamente tale,
ma una precisa scelta teologica), al Vaticano II, del termine tecnico di
“transustanziazione”, provocò crescente risentimento nei settori cattolici
tradizionalisti, tanto più che negli stessi anni diversi teologi, mitteleuropei
soprattutto, spiegavano il mistero dell’Eucaristia come “transignificazione” o
“transfinalizzazione” del pane e del vino. Perciò il 3 settembre 1965 Paolo VI
intervenne con l’enciclica Mysterium
fidei ribadendo vigorosamente “il dogma della transustanziazione”
(Denz.-Hüner. 4410-4411).
26/ La posizione di papa Montini, ripresa da papa
Wojtyla, non ha però potuto chiudere il dibattito teologico. Le opinioni
differenti da quelle ufficiali sono così riassunte, in parole semplici, da
Franco Barbero, della Comunità di base di Pinerolo: “Mangiare il corpo e bere
il sangue di Gesù è un linguaggio simbolico davvero espressivo. Non significa
una nutrizione fisica e biologica, ma la possibilità di entrare in profonda
comunione di pensieri e di vita con Gesù, di esperimentare la sua presenza nel
nostro cammino in modo intimo e profondo. Corpo
e sangue esprimono simbolicamente
questo nutrire i nostri cuori del messaggio di Gesù, il nostro essere uniti a
lui come il tralcio e la vite. Quel pezzo di pane rimane pane; così pure il
vino. ‘Il problema – scrive il teologo cattolico Armido Rizzi (Attuale ricerca teologica sull’Eucaristia in
campo cattolico, in Comunità cristiane di base, Eucaristia: alienazione o liberazione?, Com-Nuovi Tempi ed., Roma
1982, p. 31) – è quello di vedere che significato ha, nel disegno di Dio,
questo pezzo di pane, anche se continua a restare un pezzo di pane’. Infatti ‘i
problemi attinenti al cambio di sostanza vengono a perdere di valore, di
rilevanza, e lasciano posto ai problemi attinenti al cambio di significato e di
finalità’ (Ibid.), e noi siamo rimandati alla prassi di Gesù che, dopo aver
ringraziato Dio, nella sua quotidianità spezzava il pane con i vicini e i
lontani, con i perduti, con pagani e prostitute. Dio, attraverso l’opera e il
messaggio di Gesù, non ha interesse a cambiare la sostanza del pane e del vino. Quello che deve cambiare è la sostanza della nostra vita. In questa
prospettiva – conclude Barbero – non esiste nessuna parola sacerdotale che
trasformi un pezzo di pane, ma ci si affida, come Gesù, all’amore e alla Parola
di Dio che può lentamente cambiare le nostre vite” (Adista, 7 giugno 2003, p. 15). Insomma, riassumendo queste idee,
l’Eucarestia può essere proficuamente intesa come segno efficace, tale cioè da
produrre effetti reali, nel senso che crea in noi misteriosamente, nel momento
in cui l’acco-gliamo, un “valore aggiunto” che ci sollecita a condividere la
nostra vita con gli altri. E questo è il vero “cambiamento di sostanza”!
E –
Il consenso ecumenico di “Fede e Costituzione”
27/ Nel Consiglio Ecumenico delle Chiese, che
raccoglie tutta l’Ortodossia e moltissime Chiese anglicane, luterane, riformate
e “libere” (oggi, in totale, 342), vi è un organismo, “Fede e Costituzione”,
che studia appunto i problemi dottrinali che dividono le Chiese, offrendo a
queste le sue riflessioni per aiutarle a sciogliere problemi difficili.
28/ Ebbene, dopo anni di lavoro, nel gennaio 1982
“Fede e Costituzione” ha approvato, a Lima, un importante documento su
“Battesimo, Eucaristia, Ministero”, detto BEM dalle iniziali dei tre temi. Sul
controverso problema del sacrificio il
BEM afferma: “L’Eucaristia è il memoriale di Cristo crocifisso e risorto, cioè
il segno vivo ed efficace del suo sacrificio, compiuto una volta per tutte
sulla croce e ancora operante in favore di tutta l’umanità… L’Eucaristia è anche
l’anticipazione della sua parousìa [il
glorioso ritorno alla fine dei tempi] e del regno finale… L’Eucaristia è il
memoriale di tutto ciò che Dio ha fatto per la salvezza del mondo”. Un
memoriale [anamnesis] possibile
“attraverso l’invio dello Spirito santo” (Enchiridion
oecumenicum, I, EDB, Bologna 1986, 3076-79). E quindi commenta: “È alla
luce del significato dell’Eucaristia come intercessione che si possono
comprendere i riferimenti all’Eucaristia come sacrificio propiziatorio fatti nell’àmbito della teologia
cattolica. Il senso è che c’è una sola espiazione, quello dell’unico sacrificio
della croce, reso operante nell’Eucaristia e presentato al Padre
nell’intercessione di Cristo e della Chiesa a favore di tutta l’umanità. Alla
luce della concezione biblica del memoriale, tutte le Chiese potrebbero
rivedere le vecchie controversie a proposito della nozione di sacrificio e approfondire la loro
comprensione delle ragioni per le quali tradizioni diverse hanno utilizzato
oppure rigettato questo termine” (Ibid., 3080).
29/ Precisato che “una corretta celebrazione
dell’Eu-caristia comprende la celebrazione della Parola”, il BEM prosegue: “Il
banchetto eucaristico è il sacramento del corpo e del sangue di Cristo, il
sacramento della presenza reale. Cristo
realizza in molteplici modi la sua promessa di essere sempre con i suoi, sino
alla fine del mondo. Ma il modo della presenza di Cristo nell’Eucaristia è
unico. Sul pane e sul vino dell’Eucaristia Gesù ha detto: ‘Questo è il mio
corpo… questo è il mio sangue’. Ciò che Cristo ha detto è vero, e questa verità
si compie ogni volta che l’Eucaristia viene celebrata.
30/ Sintetizzando le convergenze/divergenze
manifestate nel BEM, si potrebbe affermare: tutte le Chiese credono che Cristo
sia veramente presente nell’Eucaristia.
Per quanto riguarda invece le possibili spiegazioni teologiche, o fisiche, di come ciò avvenga, è lasciata libertà di
opinione.
31/ Il modo con cui il BEM elabora la categoria
di sacrificio risente, a nostro
modesto parere, di uno sforzo di “mediazione teologica” forse non perfettamente
riuscito. Riteniamo tuttavia consolante che, sul problema della presenza reale, le Chiese abbiano raggiunto un così alto consenso ecumenico,
cercando di distinguere quanto appartiene al deposito della fede da quanto è
parziale e limitata spiegazione di esso. D’altra parte ci rincresce però che,
dall’accordo di Lima, non siano state tratte conseguenze per sanare le
discordie tra le Chiese dovute anche ai loro diversi modi di spiegare la presenza
eucaristica. O, comunque, non ha tratto conseguenze, ufficialmente,
32/ Infatti, nella Ecclesia de Eucharistia, per spiegare il mistero eucaristico il
papa ripropone di fatto la
“transustanziazione” definita dal Tridentino, lasciando cadere il
suggerimento del BEM. Sulla stessa scia
si mettono i Lineamenta e anche
A – L’ultima Cena di Gesù: un convivio aperto
33/ Una lettura complessiva
degli Evangeli mette in luce, ci sembra, soprattutto queste caratteristiche di
Gesù: annunciatore dell’avvento del regno di un Padre misericordioso; operatore
di segni, legati a quell’annuncio, di liberazione dal peccato e dalle malattie; testimone di un amore
indiscriminato e gratuito; uomo che crede nella sua missione e che rimane
fedele ad essa a costo di venire in conflitto col potere politico e sacerdotale
del suo tempo e per questo risuscitato e glorificato dal Padre dopo la morte
ignominiosa in croce. Gesù non appare un sacrificatore
quanto, piuttosto, un sacrificato.
34/ Quando, in quell’ultima
Sua cena, Gesù infine disse ai convenuti “Fate questo in memoria di me”, lo
disse a tutti i presenti. Ora, in una cena pasquale ebraica – e Gesù era, e ci
teneva ad essere, un ebreo osservante – partecipava l’intera famiglia e,
magari, famiglie amiche: genitori, figli e figlie, nonni e nonne, zii e zie, cugini,
conoscenti. Del resto, anche oggi al Seder
pasquale le famiglie ebraiche si allargano, possibilmente, alla cerchia
degli amici, e si sta tutti insieme, dai bambini agli anziani.
35/ Vediamo più da vicino gli
evangeli, considerato che - ci avvertono molti esegeti - nel loro resoconto
forse mescolano, come sembra fare Luca, la narrazione dell’ultima cena di Gesù
con
36/ Luca, al capitolo 24,
narra la vicenda dei due discepoli (uno si chiamava Cleopa, dunque non era uno
dei Dodici) che, qualche giorno dopo la morte di Gesù, in cammino da
Gerusalemme verso il villaggio di Emmaus incontrano il Signore risorto: essi
però lo riconoscono solo dopo che Gesù “a tavola con loro, disse la benedizione,
spezzò il pane e lo diede loro. Ed ecco si aprirono loro gli occhi”. Ma se
all’ultima cena di Gesù erano presenti solo i Dodici, come avrebbero potuto i
due discepoli riconoscere Gesù quando ripeté un gesto che essi non avevano
visto?
B – Le donne nel Cenacolo
37/ I Dodici, i “discepoli”… E
le donne? Gli Evangeli, è vero, non le nominano espressamente presenti
all’ultima cena di Gesù. Ma, nell’ambiente ebraico di allora, chi preparava la
cena pasquale (e i pasti in generale), se non le donne? È perciò praticamente
certo che, quando Gesù disse “Fate questo”, erano con lui anche donne; né è
pensabile che, dopo che ebbero servito, nel momento solenne Egli abbia pregato
le donne di uscire perché stava per “abilitare” solo uomini-maschi al “Fate
questo” per il futuro.
38/ D’altronde, noi leggiamo
(Luca, cap. 2) che a dodici anni Gesù andò a Gerusalemme con i genitori. Ogni
famiglia ebraica d’Israele era tenuta, infatti, a “salire” al tempio di
Gerusalemme, ogni anno, per celebrare
39/ La tesi – tradizionale
nella Chiesa romana (ma anche nell’Ortodossia, seppure oggi, come tra i
cattolici, con i dubbi di alcuni teologi e teologhe; è stata invece abbandonata
da decenni da gran parte delle Chiese della Riforma) – che nel Cenacolo fossero
presenti solo maschi è dunque storicamente improbabile. Naturalmente a noi
moderni, e soprattutto alle nostre sorelle, spiace che gli Evangelisti abbiano
omesso di citare espressamente la presenza
delle donne all’ultima cena. Ma trarre da questo silenzio le conclusioni
apodittiche che ancor oggi ne trae il magistero della Chiesa romana ci sembra
quanto meno discutibile.
40/ Se, secondo la dottrina
cattolica tradizionale, all’Ultima Cena di Gesù erano presenti solo uomini, ciò
significa di conseguenza che, con il “Fate questo in memoria di me”, Egli creò
i primi sacerdoti? Qui si apre una
problematica assai complessa, ardua storicamente e teologicamente. Non
pretendiamo certo di risolverla partendo dalla nostra piccola vicenda; ma non
possiamo nemmeno evitarla, anche perché essa è lo sfondo di tante esperienze di
base, e di proposte teologiche che, come molte e molti di noi, anche altri
hanno potuto constatare e ascoltare dall’Italia all’America Latina, dall’Africa
al Nord America. Parlarne ci sembra importante e corretto, naturalmente
consapevoli di non riuscire a sciogliere ogni nodo storico e teologico implicato,
e del tutto aperti ad accogliere che cosa, in merito, oggi lo Spirito dica alle
Chiese.
41/ A prescindere da riferimenti a sacerdoti
pagani (come in Atti 14, 13), il Nuovo Testamento lega la parola sacerdote solamente ed esclusivamente a
Gesù; proclama Cristo unico e sommo sacerdote, Colui che compie e
supera definitivamente il sacerdozio di Melchisedek e anche quello di Aronne,
fratello di Mosè, e quello levitico del Tempio di Gerusalemme (ormai distrutto,
comunque, quando viene redatta la maggior parte degli scritti del Nuovo
Testamento). Gesù – sempre secondo i cristiani – è l’unico mediatore
tra il mondo e il Padre. Non vi sono più, non vi saranno più sacerdoti, al di fuori di Lui. Potremmo
anche dire: il sacerdozio di Cristo è “analogico” rispetto a quello esercitato
nel tempio di Gerusalemme; e, rispetto a quello di Gesù, “analogico” è quello
dei “sacerdoti” della Chiesa cattolica romana (e ortodossa). Comunque, le
Scritture cristiane parlano di discepoli,
apostoli, profeti, ministri (=servitori), presbìteri (=anziani), diaconi
(=aiutanti); mai di sacerdoti
(preti). Il ministero (=servizio alla
comunità) é qualcosa di sostanzialmente diverso dal sacerdozio (=mediazione necessaria tra l’uomo e Dio).
42/ Se il Nuovo Testamento vede Gesù come la “via” che porta al Padre,
come il “ponte” che permette di raggiungere, nel Suo nome, l’Eterno e
Ineffabile, e dunque in tale senso lo proclama “sacerdote” e “pontefice”, Gesù
non appartenne però al sacerdozio legato al Tempio di Gerusalemme. Sotto tale aspetto
Egli fu del tutto “laico”. E tale radicale “laicità”, che connotò
43/ Perché allora, malgrado la
precisa testimonianza delle Scritture cristiane, nel secondo secolo, forse
anche in riferimento – nominale – ad un ufficio del Primo Testamento ma
cambiandogli significato, si cominciò a
parlare di sacerdozio-sacerdoti? È possibile che le comunità cristiane siano
state indotte a dare a chi presiedeva l’Eucaristia, o guidava la comunità, il
titolo che anche la religione greco-romana dava a chi gestiva le cerimonie e i
sacrifici nei templi: sacerdos. E, a
chi aveva responsabilità più grandi, quello di epìskopos (vescovo) – “sorvegliante”, nome preso dall’analogo delle
strutture civili romane. E, quello che poteva essere agli inizi solo un
tentativo di semplificazione lessicale, diventa poi un cambiamento davvero
sostanziale quando, nel IV secolo, il Cristianesimo – con un processo
articolato che va da Costantino a Teodosio – viene dapprima espressamente
riconosciuto come religione “lecita” e poi religione “obbligatoria” dell’impero
romano. Perciò, come logica conseguenza, chi non è cristiano (secondo la fede
formulata nel 325 al primo Concilio ecumenico di Nicea) viene considerato
nemico, al tempo stesso, della Chiesa e dell’impero.
44/ Chiesa e impero – ambedue
tentando di trarre il massimo vantaggio religioso e/o politico dalla “sinergia”
– hanno di fronte a sé il compito difficile e urgente di far diventare
cristiane le masse. L’idea vincente è quella di trasferire nel e sul
Cristianesimo tutte le forme istituzionali, civili e cultuali possibili del
tradizionale mondo civile e religioso greco-romano: la basilica (che di per sé era un palazzo deputato ad ospitare
tribunali e mercati) diventa la basilica-chiesa
cristiana; il sacerdote pagano
diventa il sacerdote cristiano; il pontifex pagano diventa il pontefice cristiano; la diocesi civile romana (amministrazione e
sorveglianza di un vasto territorio) ispira, in piccolo, la diocesi ecclesiastica. In alcuni casi,
pur nell’analogia, la differenza tra il significato pagano e quello cristiano
del termine, del compito o dell’istituzione era minima; in altri profondissima,
ma tale assoluta differenza, chiara ai teologi, era spesso ben poco evidente
agli abitanti dei pagi (i villaggi).
Comunque, in tutti i modi si cercava di facilitare il passaggio in massa della
gente, e il più dolcemente possibile, dalla religione avìta a quella “nuova”.
Così, senza scosse eccessive, il mondo (dell’impero romano) da pagano diventava
tutto cristiano.
45/ Il titolo, e la sostanza,
di sacerdos, applicato poi nei secoli al prete, ebbe una radicale contestazione
da parte di Martin Lutero che, sottolineando il sacerdozio comune (=regale) di tutti i battezzati, attestato dalle
Scritture cristiane (I Pt 2, 9), di fatto demoliva l’idea del sacerdote
“mediatore necessario” tra Dio e la singola persona, tra Dio e la comunità dei
credenti; ma le obiezioni del Riformatore furono, allora, respinte dal Concilio
di Trento. Solo nei tempi più recenti nella Chiesa cattolica romana, a livello
ufficiale, si è cominciato a diradare l’uso della parola sacerdos riferita ai preti. Così il Vaticano II nel 1965 emanò un
“Decreto sul ministero e la vita dei presbìteri”, il Presbyterorum ordinis. Non parla dunque, il Concilio, di “ministero
dei sacerdoti” e di Sacerdotum ordinis. È
vero che poi, nel descrivere la sostanza del “ministero” presbiterale, il testo
fa quasi una equivalenza tra i due titoli, e tra i due concetti. Tuttavia ci pare che la scelta fatta delle
parole manifesti un qualche disagio a proposito del senso tradizionale di sacerdozio. Disagio comunque
approfonditosi – anche in molti preti – nel post-Concilio, seppure non giunto,
per lo più, ad attingere i nodi biblici di fondo della questione.
46/ Ovviamente, una disamina
teologica su sacerdozio/sacerdoti non
può ignorare quanto, nel passato e oggi, moltissimi preti cattolici (come pope
russo-ortodossi o papas greci e
sacerdoti di tutte le Chiese orientali) hanno fatto, e fanno, per testimoniare
il vangelo nelle loro parrocchie, annunciare
47/ Lo zelo e l’impegno
pastorale di tantissimi preti (e pope e papas) è un tesoro prezioso per le
Chiese. Riteniamo, tuttavia, che proprio partendo da questo “capitale” si possa
e si debba valutare più accuratamente, dal punto di vista biblico, storico ed
esegetico, e facendo tesoro dell’ap-porto della Riforma, che cosa significhi
“ministro” e quale il suo ruolo nel contesto di una comunità cristiana ove
tutti sono radicalmente eguali per il battesimo e per tutti vale il sacerdozio regale. È indubbio infatti
che la crescente “clericalizzazione” della Chiesa latina, e il progressivo
formarsi – al di là della buona volontà del singolo – di una “casta”
sacerdotale, abbia creato una struttura oggettivamente invadente, portato
spesso i fedeli alla dismissione delle loro responsabilità, depotenziato i
carismi dei “laici”, atrofizzato le comunità. Ci pare dunque che, in
prospettiva, occorra un profondo ripensamento, teologico e pastorale, che metta
al centro la comunità più che il suo ministro. Un tale ripensamento è già in
atto, nella prassi, in molte esperienze di Chiese, anche nel Nord, ma
soprattutto nel Sud del mondo. E noi siamo convinti che questo “stile”
ecclesiale sarà un dono importante per la intera Ekklesìa. Perciò abbiamo fiducia che questa “ortoprassi” aiuterà
anche le Chiese del Nord a vivificare i ministeri ecclesiali lasciando perdere
scorze ormai rinsecchite del grande albero fiorito delle Chiese. Per ridare
senso, ancora una volta, alla lapidaria affermazione di Paolo ai Galati: “Tutti
voi siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati
battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né
greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna; poiché tutti
voi siete uno in Cristo Gesù” (3, 26-28). Se l’apostolo chiede di superare
contrapposizioni e divisioni apparentemente – allora – insuperabili, come si
potrebbe coerentemente introdurre poi nella Chiesa una insuperabile
“differenza” tra sacerdoti e laici?
48/ La citata prima lettera ai Corinti non parla
di chi avesse la “presidenza” dell’Eucaristia, né di “come” fosse scelto il
“presidente”. Non solo ignora, ovviamente, il sacerdote, ma anche il ministro
o l’anziano; il problema sembra non
interessare minimamente Paolo: forse proprio perché non esisteva, in sé, nessun problema di “presidenza”
o di “ordinazione”? Solo di una cosa l’apostolo appare preoccupato: che la
celebrazione comunitaria dell’Eucaristia non sia un rito vuoto, ma diventi
invece momento per decidersi, con e come Gesù,
a spezzare la propria vita per
gli altri.
49/ In molti scritti del Nuovo Testamento si
parla di “imposizione delle mani”: che significa? Negli evangeli è il gesto che
Gesù compie prima di guarire, o guarendo, un ammalato; non lo compie mai sugli
apostoli. Negli Atti e nelle Lettere l’imposizione delle mani serve per
implorare dal Cielo la guarigione degli ammalati, per invocare lo Spirito Santo
su una persona, per coronare una preghiera, per manifestare il compito pubblico
e specifico di qualcuno al servizio della comunità. Insomma, lo stesso gesto è
compiuto in situazioni diverse, ma sottolinea un identico movimento: una
trasmissione di energia spirituale, di speranza, di tensione, tra chi impone le
mani e chi riceve tale imposizione. Il tutto come dono dall’Alto.
50/ La prima lettera a Timoteo afferma: “Non
trascurare il dono spirituale che è in te e che ti è stato conferito, per
indicazioni di profeti, con l’imposizione delle mani da parte del collegio di
presbìteri” (4, 14). E, anche: “Se uno aspira all’episcopato, desidera un
nobile lavoro. Ma bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che
una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non
dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al
denaro. Sappia dirigere bene le propria famiglia e abbia figli sottomessi con
ogni dignità, perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà
aver cura della Chiesa di Dio?” (3, 1-5).
51/ Da decenni, però, molti esegeti escludono che
sia proprio Paolo, anche se apparentemente sembra così, l’autore della I lettera a Timoteo – come della II allo stesso
personaggio, e poi di quella a Tito e
52/ Molti libri delle Scritture ebraiche e
cristiane, come è noto, non vengono più attribuite ai loro autori tradizionali:
così, da tanto tempo ormai, è pacifica acquisizione, per gli studiosi, che il
Pentateuco non sia stato scritto da Mosè, ma infine redatto sette-otto secoli
dopo la sua morte: e, per il Nuovo Testamento, basti dire, per limitarsi a
Paolo, che ancora nel IV secolo
53/ Ciò premesso, torniamo a… Timoteo. Intanto
osserviamo che, nella lettera, una delle qualità richieste per l’episcopato è che il candidato sia
sposato (“una sola volta”) e dimostri di saper ben guidare la sua famiglia
prima di pretendere di “sovrintendere” a una intera comunità ecclesiale.
Affermazioni così sensate e cristalline svuotano inesorabilmente, ci pare,
tutte le argomentazioni con le quali, da un millennio, la gerarchia della
Chiesa latina ribadisce come praticamente indissolubile il legame tra
sacerdozio e celibato. Ma, accennata e chiusa tale questione minore, torniamo
alla “imposizione delle mani”.
54/ Il gesto dell’imposizione
delle mani, come abbiamo visto, nei Vangeli non è legato al “sacerdozio”.
D’altronde, proprio il modo variegato con cui – dagli Atti, ai Corinti, a
Timoteo – si organizzano le comunità cristiane sembra evidenziare un dato,
sempre più sottolineato da molti esegeti: Gesù non aveva lasciato nessun
comandamento, nessun “ordine” su come avrebbe dovuto organizzarsi
55/ Queste ultime tesi possono
apparire assai distanti, a prima vista, dalla dottrina ufficiale attuale della
Chiesa cattolica romana, che fa risalire all’esplicita volontà di Cristo
l’istituzione del sacramento dell’Ordine, poi storicamente sviluppatosi in
episcopato, presbiterato, diaconato. Tuttavia, a ben guardare, forse il fossato
tra le tesi ufficiali (che, del resto, hanno alle spalle una storia tribolata)
e quelle dei teologi/teologhe di avanguardia non è così profondo, ambedue
ritenendo un caposaldo per
56/ A proposito di “modelli” è istruttivo
riflettere sul caso del tutto atipico di Paolo. Egli non era presente
all’ultima cena di Gesù, e dunque al “Fate questo…”; anzi, probabilmente non conobbe
57/ La dottrina cattolica ufficiale sostiene che
la “materia” sacramentale degli ordini sacri “maggiori” (episcopato,
presbiterato, diaconato) è l’imposizione delle mani; e che attraverso tale
imposizione si è formata una catena ininterrotta che dagli apostoli è giunta
fino a noi. Perciò i vescovi sono chiamati “successori degli apostoli”. Se
questa catena si spezza, non vi è più “successione” e, dunque, in radice, non
vi è più una Chiesa autentica e piena. Di conseguenza, pur ammettendo che
“nella Santa Cena fanno memoria della morte e della risurrezione del Signore”,
lo stesso Vaticano II sottolinea che le Chiese e comunità ecclesiali nate dalla
Riforma del secolo XVI “non hanno conservato, specialmente per la mancanza del
sacramento dell’Ordine, la genuina e integra sostanza del mistero eucaristico”
(Unitatis redintegratio, n. 22, EV I, 567). Al contrario, precisa il
Concilio, le Chiese orientali (=ortodosse), “quantunque [da noi] separate,
hanno veri sacramenti e soprattutto, in forza della successione apostolica, il
Sacerdozio e l’Eucaristia” (Ibid., 549).
58/ La questione, cruciale, dei ministeri non
poteva essere evitata nel dialogo ecumenico. E, infatti, il BEM l’affronta di
petto. A proposito di persone che “siano pubblicamente e in modo continuo
responsabili di evidenziare la fondamentale dipendenza della Chiesa da Gesù
Cristo”, il documento puntualizza: “Il ministero di tali persone, che da tempo
assai antico sono state ordinate, è costitutivo della vita e della
testimonianza della Chiesa” (Enchiridion
oecumenicum, I, 3118). E commenta: “Peraltro, le forme concrete di
ordinazione e ministero ordinato hanno subìto un’evolu-zione nel corso di un
complesso sviluppo storico. Le Chiese devono dunque evitare di attribuire le
loro forme particolari di ministero ordinato direttamente alla volontà e
all’istitu-zione di Gesù Cristo” (Ibid., 3123).
59/ Poi, mentre ribadisce l’importanza della
“successione apostolica”, il testo nota: “In ragione delle particolari
circostanze storiche della Chiesa in espansione nei primi secoli, la
successione dei vescovi divenne uno dei modi, insieme con la trasmissione
dell’Evangelo e la vita della comunità, in cui trovò espressione la tradizione
apostolica della Chiesa. Tale successione fu compresa come servizio, simbolo e
salvaguardia della continuità della fede e della comunione apostoliche” (Ibid.,
3157). E, ancora: “Le Chiese che hanno una successione apostolica mediante
l’episco-pato riconoscono sempre di più che nelle Chiese che non hanno
conservato la forma dell’episcopato storico è stata conservata una continuità
nella fede apostolica, nel culto e nella missione”. Queste ultime, comunque,
“non possono accettare nessuna ipotesi in base alla quale il ministero
esercitato nella loro tradizione sarebbe invalido sino a quando non sia entrato
in una linea [già] esistente di successione episcopale” (Ibid., 3159-60).
60/ In controluce si intravede un aspro dibattito
teologico tra le Chiese cattolica romana e ortodosse da una parte, e quelle
nate dalla Riforma dall’altra. Secondo le prime, le Chiese protestanti (e
anglicane e “libere”) non hanno la successione apostolica in quanto non
avrebbero un episcopato valido; queste ultime, invece, rivendicano la pienezza
della “successione apostolica”, legata alla “continuità nella fede apostolica,
nel culto e nella missione”. Il contrasto tra le due interpretazioni è grande e,
lasciato irrisolto, impedisce l’unità visibile delle Chiese. Per superarlo,
molti non vedono altra strada se non quella di un reciproco riconoscimento
delle Chiese tra di loro. Non già, ovviamente, per un compromesso al ribasso
che distrugga il messaggio evangelico, ma nella consapevolezza che le une e le
altre, in modi differenti e con un’organizzazione ecclesiastica differente,
hanno conservato la fede degli apostoli. Ciò comporta che ogni Chiesa sappia
distinguere, nella sua proclamazione e nella sua organizzazione, tra ciò che è
volontà permanente di Gesù e quanto è un tentativo umano – legittimo, del tutto
indispensabile, ma potenzialmente mutabile – di tradurre qui e ora il messaggio
inesauribile dell’Evangelo.
61/ Nella Lumen
gentium (n. 8), il Vaticano II ha affermato che
62/ Intenso è stato, nel post-Concilio, il
dibattito teologico sul senso che
63/ Per fortuita coincidenza, nello stesso mese
di agosto del 2000 anche il Concilio episcopale russo emanò un approfondito
documento (integrale in Regno-documenti, 5/2001) che esprime l’autocomprensione
teologica della Chiesa russa e anche delle Chiese “sorelle”. Esso afferma che
l’insie-me dell’Ortodossia è
64/ La contesa teologica tra Roma e l’Ortodossia,
come tra Roma e le Chiese della Riforma sembra, allo stato dei fatti, insuperabile. Per fortuna esiste –
esisterebbe – il “luogo” teologico appropriato per comporla e, in generale, per
sanare la divisione storica tra le Chiese: un Concilio autenticamente universale, da molti negli anni recenti
auspicato, e negli anni Novanta sollecitato da Konrad Raiser, allora segretario
generale del Consiglio ecumenico delle Chiese. La caduta dei muri che dividono
le Chiese dovrebbe appunto essere coronata, in tale Concilio, dalla possibilità
di celebrare, tutti insieme, l’Eucaristia, come segno della ritrovata,
pacificata ed esplicita comunione tra le Chiese sorelle. Utopia? Certo, un tale
evento profetico non appare, per ora, all’orizzonte. Perciò noi uniamo le
nostre preghiere a quanti e quante implorano lo Spirito santo perché spazzi via
le nubi che oggi oscurano il cielo delle Chiese appesantite da secolari
inimicizie e, fecondando la buona volontà di tante e tanti cristiani, renda
presto possibile ciò che al momento sembra irrealizzabile. E, nel frattempo, ci
rallegriamo per quanti già ora sono impegnati per il “processo conciliare”:
cioè quelle iniziative e quella tensione ecclesiale (ma che guardi al mondo,
soprattutto all’impegno per la pace nella giustizia) che aprono dei “percorsi”
i quali, intrecciandosi, possono almeno indirettamente preparare e avvicinare
la grande meta. In tal senso, feconde sono state le Assemblee ecumeniche
europee di Basilea (1989), e di Graz (1997), anche se queste non si sono poste,
formalmente, nella prospettiva del futuro Concilio.
65/ A rendere ardua la via verso l’auspicato Concilio autenticamente universale e,
comunque, tra gli ostacoli gravi e complessi che impediscono la comunione
eucaristica fra tutte le Chiese, primeggia il contrasto sul ministero di unità
rivendicato dal vescovo di Roma: un ministero che, in dissonanza con le tesi
degli ortodossi e dei protestanti, la dottrina cattolica ufficiale non fa
derivare da contingenti circostanze storiche ma da una volontà esplicita e
permanente di Cristo per la sua Chiesa. Dunque, un ministero che, nella sua
radice e nella sua intima sostanza, è sottratto ad ogni “trattativa”.
66/ Citando il Vaticano II e l’enciclica Ecclesia de Eucharistia, i Lineamenta sottolineano che “la
comunione cattolica si esprime nei ‘vincoli’ della professione di fede, della
dottrina degli apostoli, dei sacramenti e dell’ordine gerarchico. Essa esige
quindi un contesto d’integrità dei legami anche esterni di comunione, in
special modo il Battesimo e l’Ordine. L’Eucaristia come sacramento è tra questi
vincoli necessari, ma perché sia visibilmente cattolica deve essere celebrata una
cum papa et episcopo [uniti al papa e al vescovo], princìpi di unità
visibile universale e particolare” (n. 19). Il paragrafo tocca problemi
difficili, importanti e assai discussi: tra questi vogliamo qui accennare, dal
punto di vista del dibattito ecumenico, al rapporto Eucaristia/vescovo di
Roma/co-munione cattolica.
67/ Le Chiese ortodosse, nel loro insieme,
respingono fermamente la tesi che alla loro Eucaristia – celebrata in stato di
“non comunione” con il vescovo di Roma – manchi qualcosa per essere pienamente
il sacramento creduto. L’Ortodossia, oltre a ritenere che sia stata
68/ Analizzando le ragioni del contrasto
Roma-Ortodossia, cinquant’anni fa il teologo russo Nicolas Afanassieff rilevò
come, dal suo punto di vista, una difficoltà insormontabile fosse proprio il
rapporto primato papale/Eucaristia. Insistendo sulla priorità ontologica della
Chiesa “locale” rispetto all’astratta Chiesa “universale”, Afanassieff rileva
che il primato papale, così come anche giuridicamente rivendicato da Roma,
significherebbe la pretesa di una Chiesa di avere potere su un’altra Chiesa, e
dunque sul Corpo eucaristico di Cristo che è invece identico – uno e unico – in
ogni Chiesa “locale” celebrante la divina liturgia (cf. AA.VV., Il primato di Pietro, Il Mulino, Bologna
1965, pp. 487-555).
69/ È al di là delle nostre intenzioni (oltre
che, ovviamente, delle nostre forze) addentrarci in tutta la problematica
biblica, storica e teologica legata al “primato” di Pietro e a quello
rivendicato dai suoi “successori”. In proposito, possiamo solo augurarci che i
dibattiti intra-cattolici, ed ecumenici, arrivino ad una conclusione
pacificamente condivisa. Notiamo, tuttavia, che gli stessi Paolo VI e Giovanni
Paolo II hanno riconosciuto che il papato, così come storicamente si è
configurato e potenziato, è uno dei massimi ostacoli alla riconciliazione tra
le Chiese cristiane. Perciò, nell’enciclica Ut
unum sint (1995) Karol Wojtyla ha arditamente osato dirsi disposto a
rivedere i modi storici di esercizio del primato papale, purché
rimanga integra la sostanza del
primato del successore di Pietro. I dieci anni successivi a quest’enciclica
hanno però dimostrato la difficoltà concreta di cambiare il modo di esercizio del primato papale (si
è infatti rafforzato il potere della Curia romana nei confronti delle Chiese
cattoliche nazionali o continentali); e anche la difficoltà di Roma a
rispondere alle obiezioni delle Chiese non cattoliche sul ministero rivendicato
dal suo vescovo.
70/ Forse solo nel futuro Concilio universale le Chiese potranno, insieme, trovare un accordo
su sostanza e modalità di esercizio del “ministero petrino” affidato al vescovo
di Roma – a servizio, appunto, della loro unità (e, dunque, come dono prezioso
per tutta l’Ekklesìa). Ma sarà arduo
raggiungere questo traguardo se, intanto, il papato non s’incamminerà sulla
strada, dolorosissima ma inevitabile, della spoliazione evangelica. Il papa è
tale, secondo la teologia cattolica ufficiale, perché è vescovo di Roma. Ma, di fatto, oggi in lui si assommano e
si concentrano molti altri titoli. Oltre a quello di “successore di Pietro”,
uno di essi – “sovrano della Città del Vaticano” – suscita particolare disagio.
Tale sovranità mondana (non è una questione di persone, ma di strutture) dà al
papa un potere e dei privilegi che nessun altro capo di Chiesa ha, o può avere.
Così il papa romano visita Paesi nei quali è accolto come capo di Stato, con il
cannone che spara a salve; ha una rete diplomatica di collegamento con i vari
Paesi del mondo e, alle Nazioni Unite,
71/ Teologicamente facilissimo, di fatto è
difficilissimo per il papato abbandonare la sovranità quasi regale ereditata
dalla storia. Forse, come umile
avvio su una strada tutta in salita, sarebbe già qualcosa se, a partire dal
prossimo papa, il vescovo di Roma facesse davvero, direttamente, come suo
compito primario, il pastore della sua Chiesa locale, risiedendo di norma presso San Giovanni in Laterano, la
basilica dove sta la sua cattedra episcopale, là celebrando la domenica
l’Eucaristia per il popolo della sua diocesi, e annunciando
72/ Ma, prima di diventare materia di dibattito
ecumenico per la sua sostanza e, se
ammessa questa, per la sua forma, e
quindi, in prospettiva, tema capitale dell’auspicato Concilio autenticamente universale, il problema dell’esercizio del
ministero del vescovo di Roma dovrebbe essere uno degli argomenti di quel nuovo
e ravvicinato Concilio della Chiesa cattolica (Concilio generale, non certo ecumenico,
essendo un’Assemblea interna ad una sola Chiesa) da molti sollecitato – non
solo dalla base, ma anche dal mondo teologico e pure da diversi vescovi e da
alcuni cardinali. Noi uniamo la nostra piccola voce a quanti e quante auspicano
che la preparazione di tale evento sia impegno prioritario del successore di
Giovanni Paolo II. Tale Concilio sarebbe la sede ideale per confrontarsi
responsabilmente, alla luce delle Scritture e attenti alle lezioni della storia
passata e presente, e sensibili all’attenzione dell’intera Ekumene, su molti problemi: tra essi, il papato appunto; e
l’Eucaristia (“inter-comunione”; “ospitalità eucaristica”; ministeri ecclesiali
aperti a uomini e donne; traduzione concreta nella vita del “Fate questo in
memoria di me”, e dunque impegno per la pace nella giustizia nel mondo). Un
tale Concilio, ovviamente, dovrebbe essere “nuovo” anche nella sua
composizione, non potendosi immaginare che esso fosse composto solo da vescovi,
senza preti e, soprattutto, senza laici (uomini e donne).
73/ Il futuro dirà se la prassi della Chiesa di
Roma, e il dialogo ecumenico, faranno fiorire un “consenso” sul significato del
“ministero petrino”. Ma, intanto, a molti sembra feconda la strada suggerita da
alcuni gruppi ecumenici: ogni comunità cristiana locale riconosca come tale
l’altra comunità cristiana locale che vive accanto, anche se su di esse pesa
una divisione storica. Insomma, una Chiesa riconosca l’altra Chiesa, e la
reciproca Eucaristia. In tale prospettiva appaiono meno convincenti le ragioni
addotte dagli ultimi documenti vaticani per proibire non solo la
“inter-comunione” (concelebrazione di ministri di Chiese separate) ma anche la
“ospitalità eucaristica” (invitarsi reciprocamente, ad esempio tra una comunità
cattolica e una evangelica, a partecipare da una parte alla Messa, dall’altra
alla santa Cena, gli uni e gli altri comunicandosi).
74/ Una tale “ospitalità”, affermano i documenti
vaticani, sarebbe possibile solo il giorno in cui le due Parti, eredi della
Riforma e della Controriforma, avessero del tutto superato gli ostacoli
dottrinali che ancora le dividono. L’Euca-ristia, dunque, come premio finale
all’unità visibile delle Chiese. Ma agli ecumenisti più audaci – senza contare
il fatto importantissimo che il 31 ottobre 1999
75/ Ricalcando quanto abbiamo
visto fare in altre parti del mondo, in condizioni analoghe, anche noi, come
Comunità, alcune volte abbiamo praticato una tale “ospitalità” con comunità evangeliche
romane: e ogni volta ne siamo usciti corroborati nella fede, consapevoli dello
scandalo che offre al mondo la persistente scissura tra le nostre Chiese, e
desiderosi di lavorare di più e meglio per la causa dell’Evan-gelo. Non abbiamo
affatto nascosto i punti su cui le rispettive Chiese di appartenenza sono in
disaccordo, ma abbiamo anche pensato che il muro delle nostre divisioni non
arrivasse fino al cielo, e che fosse possibile, ogni tanto almeno, scavalcare
questa barriera per ritrovarci insieme alla mensa del Signore, memori del “Fate
questo” che Gesù ha lasciato come testamento.
76/ Una tale “ospitalità”, sottolineano le
teologhe e i teologi orientati al “sì”, è possibile perché non sono le Chiese
che invitano all’Eucaristia, ma è Cristo che invita alla Sua mensa. Egli che è
venuto per sanare gli ammalati e non i sani, e per invitare al banchetto storpi
e zoppi; Egli invita i cristiani e le Chiese alla sua mensa, ad una sola
condizione: la consapevolezza di essere peccatori, e la determinazione ad
ascoltare il Suo invito al ravvedimento. Perché dunque le Chiese dovrebbero
porre delle condizioni per e su l’Euca-ristia che Gesù non ha posto? Perché
accogliere alla mensa eucaristica solo i “nostri”? O perché escludere
dall’Eucari-stia quei cristiani che come noi credono che Cristo sia in essa presente, anche se non spiegano tale presenza con le nostre
categorie filosofiche e teologiche?
77/ Sempre in favore della
“ospitalità eucaristica”, diversi teologi e teologhe sottolineano poi che, dal
Vaticano II ad oggi, sono passati quarant’anni, densi di dialoghi ecumenici
bilaterali e multilaterali, per non parlare del BEM. Non si potrebbero dunque
porre i problemi, le domande e le risposte, come se questi quattro decenni
fossero rimasti, ecumenicamente, sterili. Al di là poi delle nuove “concordie”
teologiche ecumeniche, è la prassi “alternativa” che è cresciuta. È davvero
arduo sostenere – dicono ancora questi studiosi, e molti gruppi con loro – che
cristiani di Chiese diverse insieme impegnati per la pace, la giustizia e la
riconciliazione nel mondo debbano poi dividersi nel momento della Cena del
Signore, costretti a celebrare Eucaristie parallele e incomunicanti.
78/ Le autorità delle Chiese (non solo della
cattolica; ancor più rigida è la posizione nell’Ortodossia) si oppongono
comunque alla “ospitalità eucaristica”. Si possono ben capire le ragioni teologiche e pastorali da loro addotte.
Tuttavia, ci sembra, dovrebbero essere presi in attenta considerazione quanti
ritengono giunto il momento di superare antichi steccati e compiere dei gesti
concreti che mettano in discussione lo status
quo delle Chiese. Come la “ospitalità eucaristica” che una parrocchia
cattolica ed una evangelica hanno reciprocamente compiuto a Berlino, nel maggio
del 2003, durante l’Oekumenische
Kirchentag. La storia insegna, del resto, che l’ufficialità delle Chiese di
solito è mossa ad interrogarsi, e a cambiare, solo quando la gente insiste in
una prassi che, sulle prime, è malvista dalle autorità ecclesiastiche. Data la
complessità geografica, sociale e culturale delle comunità che insieme
compongono
79/ Ovviamente, se
80/ Tocchiamo, qui, un punto molto delicato.
Sappiamo quale sia, in proposito, la dottrina cattolica ufficiale, come anche
le proposte di ricerca e la prassi “alternativa” di varie comunità in diverse
parti del mondo (per le Comunità di base, cf. Martino Morganti, Eucaristia raccontata. Prassi e riflessioni
delle Cdb italiane, Borla, Roma 1988, p. 278). Non pretendiamo di poter risolvere
sotto ogni aspetto le questioni teoriche e di fatto connesse ad un tale
problema, sovente fonte di sofferenza per le persone implicate. Ci sembra però
significativo che dal mondo teologico si levino delle voci per ipotizzare: se
una comunità cristiana, per questioni di diritto canonico o di fatto, fosse
priva di un sacerdote “ordinato”, essa avrebbe comunque la possibilità di
celebrare l’Eucaristia. Infatti, senza Eucaristia, quella comunità morirebbe.
Ma una comunità cristiana viene prima delle norme canoniche.
81/ Alcuni recenti orientamenti della Curia
romana sembrano tuttavia contrastare del tutto una tale evoluzione. Basti, in
proposito, qualche spigolatura dalla Redemptionis
sacramentum, un’istruzione (25 marzo 2004) della Congregazione per il culto
divino e la disciplina dei sacramenti. Per prevenire scelte etichettate come
“abusi”, tale dicastero curiale, guidato dal cardinale Francis Arinze, elenca
divieti come questi: “È vietato usare canoni non approvati dalla Santa Sede”
(51); “è vietato che i fedeli recitino, con il sacerdote, la preghiera
eucaristica [il canone], riservata
solo a lui” (n. 52); “è vietato ai laici predicare durante
82/ È giusto, come fa il documento vaticano,
sollecitare i fedeli ad evitare ogni sciatteria (difetto che incombe talora
anche sulla nostra comunità, purtroppo), ma non ci sembra necessario, per
questo, sgranare un puntiglioso ventaglio di proibizioni. Così, dell’insieme
dei “no” vaticani appena elencati, particolarmente insostenibile ci appare la
proibizione ai laici di “predicare” durante
83/
84/ Sembra crescere, in certi settori della Curia
romana e della gerarchia cattolica, la tendenza a minimizzare la portata del
Vaticano II, sottacendo le novità conciliari che tentavano di alleggerire il
“clericalismo”. Infatti, anche se i documenti della Santa Sede – di svariato
genere – usciti in questi ultimi anni citano sempre l’ultimo Concilio, in
realtà ne danno di solito un’interpretazione restrittiva, e finiscono per
svuotarlo di ogni dinamismo. Semplificando, si potrebbe dire che si tenta di
leggere il Vaticano II alla luce del Concilio di Trento, e non questo alla luce
di quello.
85/ In verità, descrivendo
86/ Una delle radici inespresse, ma reali, di
tale anomala situazione, che stride con le esperienze di vita ecclesiale che ci
sembrano emergere dal Nuovo Testamento, è proprio l’interpretare
I – La “primogenitura” di Maria di Magdala
87/ In tale prospettiva non si comprende perché
le donne siano escluse, in linea di principio, dalla presidenza
dell’Eucaristia. Con le molte e i molti che già lo hanno detto, anche noi
esprimiamo le nostre perplessità sul “no” pronunciato, in merito, con Paolo VI,
dalla Congregazione per
88/ Naturalmente, se ci fa problema il sacerdozio di mediazione degli uomini
(maschi) – perché solo Cristo può
averlo, secondo il Nuovo Testamento – non possiamo poi desiderare la donna-sacerdote. Del resto,
un’accettazione della “donna-prete” che si basasse sulla dottrina cattolica
ufficiale del sacerdozio, semplicemente aprendolo anche al femminile, non
farebbe che clericalizzare ancor più
89/ Sappiamo bene che Paolo intima ai Corinti:
“Come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano,
perché non è loro permesso parlare” (I, 14, 34). Però quasi unanimemente gli
esegeti oggi dicono che tale affermazione non voleva essere normativa per tutti
i secoli, ma solo un precetto disciplinare contingente, richiesta da una
particolare situazione (ma vi sono perfino studiosi secondo i quali l’inciso
restrittivo non sarebbe paolino, ma una “glossa” aggiunta da qualcuno per poter
meglio fondare un atteggiamento misogino, o armonizzare la lettera di Paolo con
quelle “pastorali” [cf. sopra n. 51] della fine del primo secolo). In ogni
caso, è invece normativo per sempre quanto l’apostolo afferma nella lettera ai
Galati: “Non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo” (3,
28).
90/ Altri esegeti attirano anche l’attenzione sul
fatto che, nella conclusione della lettera ai Romani, Paolo afferma: “Salutate
Andronico e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia; sono degli apostoli
insigni che erano già in Cristo prima di me” (16, 7). Che significa quell’apostolo riferito anche ad una donna? È
un modo di dire retorico, o contiene qualcosa di sostanziale? Per lungo tempo,
appoggiandosi su alcuni codici, nelle Bibbie si leggeva Giunio (maschio),
tralasciando i codici che parlavano di Giunia (femmina). Ma oggi quasi tutti
gli studiosi ritengono che la parola originale, nel greco paolino, fosse
proprio Iounian, Giunia – così anche
91/ Ancora: quale era esattamente il
compito/carisma di quella Febe che, sempre nella lettera ai Romani (16, 1),
Paolo qualifica come “diaconessa della
Chiesa di Cencre (Corinto)”? Semplice ”inserviente” come sostiene la teologia
curiale, o qualcosa che dovrebbe far parte – usando le categorie della
dottrina sacramentaria cattolica
ufficiale – dell’“ordine” del diaconato? E quale funzione esercitavano le due
cristiane che Plinio il Giovane, allora governatore delle province romane della
Bitinia e del Ponto, nella sua famosa lettera scritta nell’anno 112 o 113
all’imperatore Traiano confessa di aver sottoposto a tortura, e che dagli stessi
cristiani erano chiamate ministrae?
(cf. Giuseppe Barbaglio, Gesù ebreo di
Galilea. Un’indagine storica, EDB, Bologna 2002, pag. 44).
92/ Un’interpretazione “aperta” del pensiero di
Paolo può essere supportata anche dall’audacia con cui egli mise in discussione,
rispetto ad un Pietro invece più timoroso, la necessità assoluta della
circoncisione: un rito, si badi, ritenuto non inventato dagli uomini, ma
stabilito dalla Torah, la legge di Dio stesso (capitolo 12 del
Levitico), e perciò per gli apostoli, tutti ebrei, dapprima considerato
intangibile. Eppure, dopo una serrata discussione, il cosiddetto “Concilio di
Gerusalemme” (verso il 48 dell’era volgare) adottò il rivoluzionario punto di
vista di Paolo che non chiedeva la circoncisione ai pagani che si facevano
cristiani. Se Paolo di Tarso, e poi gli altri apostoli e discepoli, tanto
osarono, analogamente ancor più potrebbero oggi fare le Chiese, mutando una
lunga tradizione ecclesiastica contraria all’uguaglianza di responsabilità di
uomini e donne nella comunità cristiana. E, per fortuna, ormai da alcuni
decenni la gran parte delle Chiese della Riforma hanno cominciato risolutamente
a concretizzare, con precisi cambiamenti istituzionali, tale uguaglianza.
93/ Vi è, del resto, una singolare contraddizione
nella Chiesa romana: essa – come le altre – alla base dell’appar-tenenza alla
Chiesa pone, come “porta”, il battesimo. Ora, dice la teologia ufficiale,
attraverso il battezzatore è Cristo stesso che battezza. Ma, secondo norme da
sempre in vigore, questa persona non è obbligatoriamente un prete, anche se di
solito lo è: in caso di necessità può essere un laico, uomo o donna. Dunque,
quando battezza, anche la donna “agisce in persona di Cristo”. Perché mai la
stessa donna può battezzare, ma non presiedere l’Eucaristia? Può agire “in
persona di Cristo” nel primo caso, ma non nel secondo? La teologia
“tradizionale” dovrebbe essere logica: o la donna non può mai battezzare, perché, come donna, non può mai
“rappresentare” Gesù che era un maschio; oppure essa può anche celebrare e/o presiedere
l’Eucaristia.
94/ La questione donna/sacerdozio e
donna/ministeri non poteva non essere toccata dal BEM. Che, in proposito,
rileva: “Le Chiese che praticano l’ordinazione delle donne lo fanno a motivo
della loro comprensione dell’Evangelo e del ministero. Essa si fonda, per loro,
sulla convinzione teologica profondamente motivata che il ministero ordinato
della Chiesa manca di pienezza quando è limitato a un sesso soltanto… Le Chiese
che non praticano l’ordinazione delle donne ritengono che il peso di diciannove
secoli di tradizione contro tale ordinazione non possa essere messo da parte.
Credono che esistono problemi teologici riguardanti la natura umana e la
cristologia che stanno al cuore delle loro convinzioni e della loro
comprensione del ruolo delle donne nella Chiesa. La discussione di questi
problemi pratici e teologici all’interno delle diverse Chiese e tradizioni
cristiane dovrebbe essere completata da uno studio e da una riflessione comuni
nell’àmbito della comunione ecumenica di tutte le Chiese” (Enchiridion oecumenicum, op. cit., 3135).
95/ Una riflessione problematica sul sacerdozio e
sui ministeri lambisce, inevitabilmente, il nodo del potere nelle Chiese, e il
modo di rappresentare e nominare Dio (o D*o, una grafia usata da alcune
teologhe per sottolineare che l’Ineffabile non è né maschio né femmina, e
comunque per mettere in crisi l’automatismo Dio=Lui, al maschile). Scrive in un
suo libro la teologa della liberazione brasiliana Ivone Gebara: “La questione
del cambiamento del potere nelle Chiese non è solo concessione di spazi per una
partecipazione più ampia delle donne. Si tratta di una rivoluzione nella comprensione delle relazioni umane di potere, di
una riflessione sulla sua genesi e sulle sue conseguenze storiche per ricominciare finalmente un altro modo di
essere donna e uomo di fronte al mistero insondabile che siamo, dinanzi alla
Fonte della Vita che ci costituisce e che costituiamo” (Noi figlie di Eva, Cittadella ed., Assisi 1995, pp. 81-82). E al
loro XIII Incontro nazionale (Frascati, 2002), le donne delle Comunità
cristiane di base italiane hanno rilevato che “nella ricerca che esse stanno
affrontando da alcuni anni sul Divino,
per liberarlo dalla gabbia del patriarcato, per dirlo con modalità più consone
alla sensibilità delle donne e degli uomini di oggi e per poterlo quindi
condividere, le parole di Elisabeth Green, teologa battista, sono illuminanti.
Ella dice: ‘Come noi tutte sappiamo, il discorso di colui che pretendeva di
parlare in nome di tutti e di tutte a prescindere da genere, età, appartenenza
etnica, orientamento sessuale, posizione socioeconomica e così via, si è
rivelato non solo parziale, ma addirittura di parte’” (Atti XIII Incontro, Qualevita ed., Torre dei Nolfi-AQ 2003, p. 10).
96/ In questo impegnativo cammino di ripensamento
e di conversione, ci sembra che ogni Chiesa sarebbe aiutata a compiere grandi
passi se riflettesse più profondamente sul capitolo XX del vangelo di Giovanni.
Il quale racconta che non Pietro o l’altro discepolo, “quello che Gesù amava”,
ebbero per primi l’apparizione del Resuscitato. La “primogenitura” nel
testimoniare una verità così impensabile, costitutiva della “nuova era” e della
ragion d’essere della Chiesa, messaggio folgorante al mondo, toccò invece a Maria
di Magdala. Essa, una donna, viene mandata a dare il grande annuncio: “Va’ dai
miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio
vostro”. Ed ella “andò subito ad annunziare ai discepoli: ho visto il Signore”.
Perciò Tommaso d’Aquino chiamò questa donna apostola
apostolorum (apostola degli apostoli). Oggi, con la nostra sensibilità, noi
osiamo porre una domanda più esplicita: Maria di Magdala, che ebbe il compito
singolare di scuotere i discepoli e gli apostoli testimoniando loro che Gesù,
pur dopo la passione e morte, era il Vivente, potrà mai essere stata privata
dal Signore della possibilità del “Fare questo” in memoria di Lui, e di
spezzare il pane dell’Eucaristia?
97/ La nostra “carrellata” di queste pagine non è
solitaria: infatti, abbiamo espresso non solo idee o prassi della nostra
Comunità, ma abbiamo raccolto, e guardato in filigrana, valutazioni e
prospettive che salgono da molte parti, e modi di celebrare l’Eucaristia che si
diffondono sempre di più nei cinque Continenti. Il prossimo Sinodo dei vescovi
potrebbe misurarsi con queste realtà, o prendere da esse le distanze, o
bollarle come “abusi”, o semplicemente ignorarle. Noi ci auguriamo che
l’Assemblea di ottobre guardi ad esse con benignità.
98/ Infatti, se si va alla sostanza dell’evangelo, non
dovrebbe essere troppo difficile accettare prassi e prospettive teologiche che,
per quanto diverse tra loro, sottolineano questo o quell’aspetto di una Realtà
che comunque ci sorpassa tutti, perché attinge l’Ineffabile (D*o, “non
dicibile”); e che concordano sull’annuncio fondamentale: il Vangelo ci conferma
che l’Eterno, nella sua misericordia e nell’amore per le sue creature, si è
fatto Emanuel, Dio-con-noi.
D’al-tronde, se diciamo che l’Eucaristia, per certi aspetti, tocca il mistero
di Dio, non dovremmo poi avere la pretesa di poterla spiegare completamente in
ogni suo singolo aspetto, o incapsularla dentro categorie filosofiche e
teologiche presentate come degli occhiali indispensabili per penetrare oltre il
visibile.
99/ Partendo da quanto scrive Paolo ai Corinti (nel passaggio
cruciale di I, 11 [cf. n. 13]), e dal fatto che il quarto evangelo ignora,
nell’ultima cena di Gesù, la “istituzione” dell’Eucaristia, ma narra invece la
lavanda dei piedi, la citata (al n. 32) lettera apostolica Mane nobiscum Domine elenca “le tante povertà del nostro mondo” che
le comunità cattoliche, soprattutto durante l’“Anno dell’Eucaristia”,
dovrebbero cercare di lenire: “il dramma della fame che tormenta centinaia di
milioni di esseri umani, le malattie che flagellano i Paesi in via di sviluppo,
la solitudine degli anziani, i disagi dei disoccupati, le traversie degli
immigrati. Non possiamo illuderci: dall’amore vicendevole e, in particolare,
dalla sollecitudine per chi è nel bisogno saremo riconosciuti come veri
discepoli di Cristo (cf. Gv 13, 35; Mt 25,
31-46). È questo il criterio in base al quale sarà comprovata l’autenticità
delle nostre celebrazioni eucaristiche” (n. 28).
100/ Parole, queste, che bene illuminano come debba
essere una “coerente” Cena del Signore. Nella stessa linea di pensiero, ci
sembra che una più attenta consapevolezza nel proclamare il Padre nostro potrebbe aiutarci nel
saldare ogni celebrazione eucaristica con il suo inveramento nella nostra vita. Nella preghiera che Gesù di Nazareth ci
ha insegnato si fondono perfettamente il riconoscimento della Signoria di Dio –
un Dio amoroso – e l’attenzione ai nostri problemi quotidiani, concreti, anche economici: “Sia santificato il Tuo nome,
venga il Tuo regno, sia fatta
101/ Quel pane è proprio il pane che – allora – faceva in
casa ogni massaia d’Israele, il pane che faceva anche Maria di Nazareth nella
sua famiglia: dunque è la richiesta di poter mangiare per vivere. Una richiesta
“materialista”, niente affatto romantica o spiritualista. Il pane era allora –
e in molte parti del mondo lo è ancor oggi – il cibo fondamentale dei poveri.
Chi non aveva (ha) nemmeno il pane, almeno il pane, o il cibo che in una data
cultura è ciò che nel bacino mediterraneo rappresenta il pane, era (è)
destinato a morire di fame. Ma la preghiera non dice “il mio pane”; dice “il nostro
pane”. Dunque, “Dacci il nostro pane
di questo giorno” significa che ciascuno e ciascuna di noi deve essere bene
attento a non badare solo alla sua fame; deve nel contempo essere vigile e aver
cura perché anche l’altro, e soprattutto il povero, possa nutrirsi. Altrimenti
diventa bestemmia e sacrilegio pregare il Padre
nostro e celebrare
102/ E perché quel “Dacci il pane” non suoni come attesa
oziosa demandando a Dio di fare tutto, e di risolvere automaticamente i nostri
problemi, Gesù subito aggiunge: “Rimetti i nostri debiti come noi li rimettiamo…”. Perché il Padre non riserva a Sé la
misura del suo dare sovrano ma, in qualche modo, l’affida a noi: tanto quanto noi
rimetteremo, Lui rimetterà; tanto quanto noi non rimetteremo, Lui non rimetterà.
Ciò vale per i debiti personali e per i debiti collettivi, per ogni cristiano e
per le Chiese come tali. L’onere della prova è rovesciato su di noi. Questo,
forse, è il “potere delle chiavi” di cui parla Matteo (16, 19) e a cui lo
stesso evangelista accenna in 18, 18. Infatti – come ci ricorda Dietrich
Bonhoeffer, teologo luterano martirizzato dai nazisti – Dio non è un
Tappabuchi. Ma è un Dio esigente: e dunque (Matteo 5, 23-24) Gesù ci ricorda
che non saremmo credibili di fronte al Padre se chiedessimo a Lui quel perdono
che però noi non riusciamo ad offrire a chi ci ha offeso. E perciò il Nazareno
ci invita (il che vale per i singoli cristiani ma forse anche per le Chiese) ad
interrompere “l’of-ferta sull’altare” – e cioè un rito, per quanto solenne –
per andare, prima e subito, a riconciliarci con il fratello, al fine, allora
sì, di poter poi proseguire pacificati nell’offerta del nostro dono
sull’altare.
103/ Ancora: “Dacci il pane quotidiano”. Non mucchi di pane che si possono accumulare per
giorni, ma il pane di questo giorno; ogni giorno noi dobbiamo pregare per il
dono del pane (o per il cibo equivalente), e dunque per il nostro singolo ed
ecclesiale impegno per fare, spezzare, condividere questo pane. Domani… si
ricomincerà di nuovo a fare il pane, a condividerlo in solidarietà.
Analogamente a quanto accadeva per la manna: il Signore – nel racconto,
ovviamente simbolico, di Esodo c. 16 e Numeri c. 11 – faceva scendere dal cielo
questo cibo, ogni giorno (Sabato escluso), per la quantità sufficiente per quel
giorno; se qualcuno, diffidente della provvidenza del Signore, ne faceva
avanzare una parte per l’indomani, questa generava vermi e imputridiva. La
preghiera insegnataci da Gesù non accenna a non “accumulare” il pane, ma va in
quel senso: un senso alto e profondo di affidamento alla Provvidenza e, nel
contempo, di responsabilizzazione personale ed ecclesiale. Ci spinge insomma –
per usare ancora un’espressione di Bonhoeffer – a “stare dinanzi a Dio come se
Dio non ci fosse”. I cristiani, allora, dovrebbero immergersi pienamente e
laicamente nella storia per contribuire a dare ad essa senso, però non
presumendo di avere in tasca tutte le soluzioni degli enormi, e spesso inediti,
problemi etici, sociali e geopolitici che incombono sul mondo, ma ricercandole
umilmente insieme a tutti gli uomini e a tutte le donne di buona volontà.
104/ “Dacci il nostro pane…”. Con questo nostro decisivo – sbarramento
invalicabile che denuda nella sua contraddittorietà ogni celebrazione
eucaristica solo rituale e vuota o, peggio, convocante come nulla fosse i
carnefici non pentiti accanto alle loro vittime – Gesù ci ha consegnato una
parola oggi più importante che mai. Proprio oggi, infatti, le teorie della
“guerra infinita e preventiva” contro il terrorismo, identificato peraltro
spesso con l’Islam o con un Paese tout
court; quelle della “insindacabilità” delle scelte dell’im-pero economico e
militare dominante; quelle della legittimità di sfruttare e di violare
impunemente l’ecosistema della Terra Madre per il vantaggio economico di pochi
e potenti; quelle della “non-discutibilità” del modello di sviluppo capitalista
che, nell’era della globalizzazione, fonda le sue fortune sull’affamamento di
gran parte dei popoli del mondo (inutili “esuberi”); quelle della intangibilità
non solo del debito estero che i Paesi del Sud hanno verso quelli del Nord, ma
anche dell’interesse sul debito che dissangua le economie di quei Paesi (o,
forse, dopo lo tsunami che il 26
dicembre
105/ Non sarà l’Eucaristia, da sola, a risolvere questi
problemi immani e queste ingiustizie planetarie: se essa avesse una tale
potenza, già da duemila anni avremmo sulla terra il regno della giustizia e
della pace! Se tale regno, con ogni evidenza, non c’è ma, anzi, oggi più che
mai – da Baghdad a Gerusalemme, da Kinshasa a Grozny – oscuro è l’orizzonte del
mondo, ciò dipende, secondo i credenti, dal fatto che Iddio ha lasciato agli
uomini e alle donne la responsabilità di costruire la pace nella giustizia. E
la storia dimostra che, anche tra i cristiani depositari del dono della Cena
del Signore, se tanti e tante hanno coerentemente vissuto il “Fate questo”,
molti altri e altre invece lo hanno tradito. Perché l’Eucaristia può essere
vissuta come alienazione e dismissione dalle proprie responsabilità nella
storia, e vernice che copre i nostri misfatti; o, al contrario, come spinta
possente che mette le ali per contribuire a
spezzare ogni catena che soffochi la dignità umana e il cammino verso la
liberazione. Questa duplice ed opposta possibilità si dà perché il Regno di Dio
c’è e non c’è. C’è già (“Il regno dei cieli è vicino”; “Il regno di Dio è in mezzo a voi”, disse Gesù
– Mt 3, 2; Lc 17, 21) e si fa intravedere, come un lampo nella notte, ogni
volta che sulla terra vi sia chi opera per la giustizia e per la pace, chi
perdona, chi accarezza un povero e condivide ciò che ha con lui, chi compie un
gesto d’amore. E viene occultato ogni volta che vince la violenza, la guerra,
il terrorismo, l’odio, l’abbandono dei derelitti al loro destino, la religione
come copertura della prepotenza e dell’avidità, l’invocazione del nome di Dio
per “santificare” l’assassinio.
B – Il “digiuno” eucaristico
106/ Di fronte a tali stridenti contraddizioni, e mentre
l’Eterno sembra tacere impenetrabile pur dinanzi alle molte preghiere che
invocano da Lui la pace, ma la violenza continua a dominare, ci sembra che il
“digiuno eucaristico” sia un grido, un atto di pentimento corale che ogni tanto
ci obbliga a fare i conti con le nostre pigre, assonnate e alienanti
Eucaristie. Perciò, nel nostro piccolo, talora l’abbiamo fatto. Così, mentre si
consumava il dramma di Srebrenica – espugnata l’11 luglio 1995 dalle truppe
serbo-bosniache, provocando un massacro di civili e un esodo di massa della
popolazione musulmana – la domenica seguente, il 16 luglio, la nostra Comunità
decise di fare il “digiuno eucaristico” come gesto estremo per dire “no alla guerra”
e, ancor più, “no alla guerra in nome di Dio”.
107/ Ma, in merito, qui vogliamo
citare un evento più rilevante. Il giorno dell’Epifania del 2003, convocati da
missionari comboniani, Pax Christi e altri gruppi pacifisti cattolici
invitarono i fedeli di Bari a “non andare alla Messa”, ma a recarsi tuttavia in
una chiesa proprio per riflettere sul senso di questo singolare “digiuno” che
avveniva in un preciso contesto geopolitico: si avvicinava l’inizio della
“guerra preventiva” contro l’Iraq (sarebbe poi scoppiata due mesi dopo). Un
volantino diffuso per l’occasione diceva: “Noi missionari, presenti in molti
Paesi in guerra e testimoni della sofferenza che un sistema profondamente
ingiusto e di opulenza genera, ci sentiamo profondamente turbati e rinunciamo a
celebrare la nascita del Principe della pace in un clima di complicità
nell’ingiustizia e di guerra nei confronti del Sud del mondo”. L’evento di Bari
suscitò contrastanti reazioni ecclesiali: tanti cattolici, religiosi e laici,
parlarono di atto “profetico”; altri si lasciarono interrogare, stretti tra la
simpatia e il dubbio; l’ufficialità lo qualificò come “gesto che crea
disorientamento e confusione in molte persone”.
108/ A noi pare comunque che sarebbe stato davvero un
gesto profetico e dirompente se domenica 23 marzo 2003 – tre giorni dopo
l’inizio dell’attacco anglo-americano contro Baghdad, attacco compiuto al di
fuori della legalità internazionale e contro le risoluzioni dell’Onu – le
Chiese cristiane nel mondo (la cattolica e le anglicane, le ortodosse e le
luterane, le riformate e le pentecostali…) avessero appunto invitato i loro
fedeli a fare il “digiuno eucaristico”. Un’iniziativa tanto più significativa
per il fatto che tutti i capi di Stato e di governo nordamericani ed europei
favorevoli a quella guerra erano, formalmente, cristiani.
C – “Siamo tutti mendicanti”
109/ Certo, i mali e le contraddizioni del mondo sono
così grandi, e anche le colpe e responsabilità storiche di noi cristiani e delle
nostre Chiese così evidenti che… mai si potrebbe celebrare degnamente
110/ Tutte le Chiese (come il mondo con tutti i suoi
abitanti, naturalmente), come pure le nostre persone e la nostra Comunità, sono
sempre ricoperte dal manto della misericordia di Dio che rifulge nel dono della
sua Parola e dell’Eucaristia; ma su di esse pende anche il Suo giudizio: Egli
valuta che cosa ne facciamo della Cena del Signore, e se, e come viviamo
coerentemente con la comunione con Lui, con la condivisione da lui attesa, e
con
Roma, 30 dicembre 2004