Intervento del Prof. Guido Verucci al convegno su questo tema organizzato a Roma il 15 febbraio 2001dall'IRSIFAR (Istituto romano per la storia d'Italia dal fascismo alla Resistenza)
Sul piano generale dei rapporti della Chiesa cattolica, intesa essenzialmente nella sua figura giuridico-istituzionale, con la società e con gli Stati europei nei circa cinquantacinque anni di storia a partire dal secondo dopoguerra, vi è una linea di sostanziale, rilevante continuità rispetto alla tradizione e alla dottrina elaboratasi fin dal primo Ottocento, come ha rilevato fra gli altri Émile Poulat. Una continuità che attraversa periodi e condizioni storiche diverse, anche molto diverse, e che conosce, se non effettive cesure, un alternarsi di aperture, anche di novità, e di chiusure e irrigidimenti, anzi di quelli che sembrano ritorni indietro. Una linea il cui tracciato non è, naturalmente, modificato tanto da una evoluzione interna della Chiesa, quanto soprattutto dalle circostanze in cui essa si trova volta a volta a operare e ad adattarsi. Così, dopo il fallimento del progetto di un nuovo ordine cristiano elaborato e sostenuto tra la fine della guerra e il primo decennio-quindicennio del dopoguerra, alle aperture e alle novità introdotte dal pontificato di Giovanni XXIII e dal Concilio, al diffondersi del dissenso cattolico, è seguito, dopo quelli che sono stati definiti gli sbandamenti post conciliari, a partire dagli ultimi anni del pontificato di Paolo VI, un processo, che si è sviluppato e intensificato nel corso dell’ attuale pontificato, di progressiva restaurazione della tradizione, pur se con aperture e diversità notevoli, tali da poterla qualificare, come è stato sottolineato, una restaurazione aggiornata. Una restaurazione che appare ultimamente avviata, sia sul piano interno della Chiesa, dottrinale e disciplinare, sia, laddove alla Chiesa stessa è possibile, anche sul piano esterno, nei confronti delle società, verso quello che Alberigo ha recentemente definito, in riferimento al motu proprio Ad tuendam fidem del 1998, riprendendo una espressione cara a Prodi in altri contesti, e non priva di ambiguità, un vero e proprio disciplinamento.
Il cattolicesimo italiano, la società italiana, sono stati profondamente influenzati da questa evoluzione della Chiesa. Per meglio dire, in un primo tempo, fin quasi a tutti gli anni Ottanta, anni in cui l’interesse dell’attuale pontificato per le vicende politiche italiane era meno diretto e continuo, il vento della restaurazione, dopo la grave sconfitta subita dalla gerarchia ecclesiastica nel 1974 con il referendum sul divorzio e quella ancor più grave subita nel 1981 con il referendum sulla interruzione volontaria di gravidanza, ha dato ali alle tendenze più conservatrici e tradizionaliste del cattolicesimo italiano, sia nell’ episcopato sia soprattutto nei movimenti, che ne hanno approfittato anche per un regolamento di conti con i minoritari gruppi cattolico-democratici. In un secondo tempo, a partire dalla fine degli anni Ottanta e lungo tutti gli anni Novanta, le vicende attraversate dall’ Italia e i riflessi delle vicende internazionali su quelle italiane, hanno portato la Chiesa a modificare piuttosto profondamente il suo modello di presenza nella società italiana e nei confronti dello Stato italiano, modello già anomalo, com’ è noto, rispetto alla media dei paesi europei a prevalenza cattolica. Essa lo ha reso unilateralmente più diretto, più invasivo e pervasivo, e naturalmente lesivo della laicità dello Stato e del pluralismo nella società.
Ci si può chiedere quali siano le ragioni che hanno reso possibile tale mutazione, quali ne siano i caratteri e il significato, e per ultimo quale ne possa essere l’ efficacia.
Le ragioni sono, in un ordine non prioritario, la fine della Democrazia cristiana, di quello che aveva costituito per la Chiesa un canale privilegiato di rapporto con i governi, ma anche un potenziale ostacolo, data la funzione di mediazione che il partito cattolico aveva dovuto necessariamente svolgere: la sua sparizione ha lasciato alla Chiesa, per così dire, le mani libere per intervenire direttamente nei riguardi dei governi e indirettamente nei riguardi dei partiti; la fine del pericolo comunista, che ha consentito alla Chiesa di rilanciare rivendicazioni un tempo di fatto accantonate o subordinate rispetto all’ obiettivo della lotta contro il comunismo; il vuoto ideale e di valori lasciato sul piano sociale da quel grande educatore di massa che è stato il Partito comunista italiano; la fragilità nella coscienza nazionale italiana e in quella della stessa classe dirigente dei valori civici, laici e repubblicani; la tendenza da parte dei partiti vecchi e nuovi, di destra, di centro e di sinistra, a cercare, su una base spesso opportunistica, di scambio, come sostanzialmente ha scritto anche Scoppola, una legittimazione che si presume possa essere data dall’ autorità e dal prestigio della S. Sede e dell’ attuale papa: una tendenza che appare quasi paradossale in una società sempre più secolarizzata, ma in cui, come ha scritto Garelli, la religione conserva una notevole forza sul piano etnico-culturale, rispetto a una fede debole come elemento di identità individuale e collettiva. Così, l’ autorità della S. Sede e del papa diventa punto di riferimento per quella parte di opinione pubblica, smarrita e inquieta, anche in Italia, per il crollo di tanti miti, per i gravi problemi e le minacce che incombono sul pianeta, e che a essa si rivolge più come guida sociale che come autentica guida religiosa ed evangelica.
In forza di tale autorità e prestigio al magistero ecclesiastico e al papa sono consentiti, senza che vi sia quasi reazione alcuna di autorità politiche e di governo, interventi puntuali e puntigliosi che giudicano, criticano e condannano, leggi e disposizioni dello Stato, invitando anche all’ inosservanza di esse, in un vasto arco di settori, ma soprattutto in quello della vita familiare e sessuale e in quello della bioetica, settori nei quali le applicazioni delle nuove grandi scoperte della scienza e l’ emergere nella società di aspirazioni ed espressioni di vita e di vita comune nuove, si risolvono spesso a vantaggio di un più elevato, generale, benessere, di una maggiore, certo relativa, felicità delle cittadine e dei cittadini italiani. L’ intento di questi interventi non è limitato a insegnare e a guidare i fedeli cattolici, molti dei quali peraltro tendono oggi a dissociarsi praticamente, in nome dell’ autonomia e della libertà della propria coscienza, da molte prescrizioni morali ecclesiastiche, ma di conformare vita della società e leggi dello Stato alla oggettiva verità morale e religiosa rappresentata dalla Chiesa, secondo quanto del resto Giovanni Paolo II ha ribadito in particolare nelle encicliche Veritatis splendor (1993) e Evangelium vitae (1995). Questo nuovo modello di presenza nella vita pubblica trova forse la sua implicita giustificazione, dal punto di vista della Chiesa, in una interpretazione unilaterale, ma non del tutto infondata, del primo articolo del Concordato del 1984, che le attribuisce un ruolo di “reciproca collaborazione” con lo Stato “per la promozione dell’ uomo e il bene del Paese”.
Tali interventi parrebbero avere il significato di rilanciare il tradizionale ruolo dell’ Italia come laboratorio privilegiato della riaffermazione dei valori etici e religiosi ispirati dalla Chiesa nella società e nello Stato. Ma potrebbero avere piuttosto un significato di ripiego e di arroccamento, di difesa di un’ ultima trincea in Europa, come sembra trapelare dall’ intervento del cardinale Ruini nella sua prolusione alla CEI del 22 gennaio u.s.: l’ idea di fare dell’ Italia un luogo staccato e differenziato dall’ Europa, in cui coltivare valori “che sono particolarmente radicati nel nostro paese”.
Quanto poi alla loro efficacia, è lecito dubitarne anche in un paese come l’ Italia, sempre più inserito nel mondo contemporaneo, in una società che ha una radicata cultura cristiana e cattolica, ma nella quale è pur consistente la presenza di una cultura laica, e in cui molti cristiani vivono, anche per influenza di questa, una diaspora invisibile rispetto a certi insegnamenti morali e perfino dottrinali della Chiesa, quasi una sorta di Cristianesimo senza Chiesa; in una società pluralista e sempre più multiculturale, nella quale nonostante tutto, almeno in una parte grande di essa, vigono, anche con l’ apporto della cultura cristiana, valori di libertà, di eguaglianza e di solidarietà, di rispetto dei diritti umani.
In un tale paese non sembra essere più necessaria , come pur suggerisce un noto pubblicista dalle colonne dell’ autorevole giornale che fu di Luigi Albertini, “un’ agenzia etica di carattere generale nel paese”. A essa si è da tempo sostituita, nei laici e anche in molti cristiani, un’ agenzia che sta, sia pure con motivazioni diverse, nella mente e nel cuore, nel senso di responsabilità di ogni cittadino, e nella comunità.